Lo skateboard che abbatte le caste

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L’India è un paese gigantesco, con una popolazione tale da far impallidire interi continenti. Dalle gelide e impervie montagne del nord alle giungle tropicali del sud vivono oltre un miliardo di persone, con una cultura tanto antica da non avere nulla da invidiare a quella greca.

Addentrandoci nelle giungle della regione del Bundelkhand, appena fuori della riserva nazionale per tigri del Panna, scoviamo uno delle migliaia di villaggi rurali in India. Questo in particolare si chiama Janwaar, e voglio raccontare la storia di come un piccolo e isolato villaggio a 700 km da Delhi è stato trasformato dall’idea di una scrittrice tedesca di nome Ulrike Reinhard.

Chi conosce almeno un poco l’India conoscerà il brutale e antiquato sistema delle caste, che segrega la popolazione in categorie che seguono una rigida gerarchia – in fondo alla quale si trovano i cosiddetti intoccabili, completamente esclusi dalla società.

All’arrivo di Ulrike a Janwaar, la situazione era proprio questa. Un villaggio spaccato in due, da un lato gli appartenenti alla casta Yadav, dall’altro gli Adivasi. Adivasi è un termine hindi per definire gli indigeni del subcontinente, comunità che possono tracciare la loro discendenza fino ai cacciatori-raccoglitori locali dell’età della pietra. 

Gli Adivasi sono considerati impuri. Gli Yadav si rifiutano di bere dallo stesso pozzo, mangiare assieme a loro, o farli entrare nelle loro case. Così è stato per secoli, così ancora è in gran parte dell’India. 

Per la Reinhard, quello che era inizialmente “solo” un viaggio di beneficienza si è rapidamente trasformato in una missione personale: vedere Yadav e Adivasi superare le loro differenze e mangiare allo stesso tavolo. Ma come ci ha detto di persona (ho avuto la fortuna di incontrarla durante un seminario) “non poteva e non doveva essere una mia scelta”. 

Finché, un bel giorno, il colpo di genio. Reinhard raccolse fondi e volontari fino ad avere le risorse per costruire uno skatepark. Uno skatepark, nel bel mezzo di un villaggio rurale indiano. Un villaggio che nel 2015, all’arrivo della Reinhard, era ancora senza acqua corrente, elettricità o servizi igienici.

Le regole sono semplici: il parco è aperto a tutti i bambini, a patto che vadano a scuola. La seconda regola, dato il numero limitato di skatebaord, sancisce che la precedenza va data alle ragazze. Ricordatevi questa regola, sarà importante a fine articolo. 

I primi due obbiettivi – convincere i bambini ad andare a scuola e spingerli a rispettare di più le loro compagne – sono stati raggiunti in fretta. Ma gli Adivasi ancora non osavano avvicinarsi al parco, sapendo che se lo avessero toccato gli Yadav lo avrebbero abbandonato e considerato “impuro”. 

Finché un giorno Ulrike non vede un bambino Adivasi guardare da lontano gli altri ragazzini in skate. Lo vede anche il giorno dopo, e quello dopo ancora. 

“Allora, comunicando a gesti e versi, sono riuscita a chiedergli: vorresti venire al parco anche tu? Ovviamente mi rispose di sì”.

Tenendo per mano il bambino, Ulrike raggiunge il parco. Con gli skate si fa a turni, e uno dei bambini ha appena finito il suo. Le regole sono chiare per tutti, in tal caso bisogna consegnare la tavola al prossimo bambino in fila. 

“In quel momento avevo il cuore in gola. Stavo spingendo questo bambino a sfidare un sistema culturale antichissimo, ma con mia sorpresa il bambino Yadav accettò, dicendomi che non voleva perdere il suo diritto allo skatepark per così poco”.

giorno dopo giorno, i bambini degli Adivasi prendono sempre più coraggio – finché il parco non diventa l’unica zona del villaggio dove i due gruppi non si oppongono. 

“Mi aspettavo che i bambini non si facessero problemi, ma avevo timore dei genitori. Non sapevo come avrebbero reagito. Finché non ho scoperto come andavano le conversazioni tra bimbi e genitori a casa: I genitori cedevano, poiché i figli volevano sempre e comunque andare al parco, e quindi anche a scuola. Nessun genitore sano di mente riprenderebbe un bambino che sta praticamente pregando di poter andare a scuola”.

Tra tutte le domande che si potevano fare, a me ne ronzava in testa una: Perché uno skatepark?

“Lo skateboard non ha significato politico o religioso, eppure veicola un messaggio importante: quello della controcultura. Molti indiani parlano inglese, quelle degli skater occidentali con i loro jeans strappati e i graffiti sono immagini che arrivano anche laggiù. Speravo che per loro lo skatepark sarebbe stata una novità, che li avrebbe spinti a chiedersi cosa altro sarebbe potuto cambiare. E alla fine ha funzionato”.

Ulrike a un certo punto ha dovuto abbandonare il villaggio, ma gli effetti dello skatepark avevano già iniziato a farsi strada anche tra gli adulti. Si vedevano le prime chiacchiere tra gruppi diversi, le prime tavole imbandite con pietanze tipiche di entrambe le etnie. Ma la storia non finisce proprio qui.

Nel 2018 si sono tenuti i campionati mondiali di skateboard a Nanchino, Cina. C’era solo una donna nella delegazione indiana, per la prima volta nella storia: una ragazza di nome Asha Gond. provenienza? Villaggio di Janwaar, vicino alla riserva per tigri del Panna.

Nel 2021 da questa storia è stato tratto liberamente un film del regista indiano Manjari Makijany, “Skate girl” (guarda il trailer)

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