“Nato per essere scultore”

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Inaugurata a Tremona domenica 10 novembre 2021 nell’Atelier della figlia Irene, l’esposizione per i 100 anni dalla nascita del grande scultore svizzero, e ticinese d’elezione, Max Weiss.

Paul Valery sosteneva che la chiarezza è la frequentazione dei luoghi oscuri. Questo concetto potrebbe applicarsi anche ai diversi luoghi dell’arte, da sempre oscuramente inaccessibili ai più e rivolti ad una ristretta cerchia di intenditori. Forse l’arte per tutti è davvero destinata a restare utopia, tuttavia molte sono oggi le occasioni offerte per favorirne l’accesso ad un pubblico più vasto. In questa felice tendenza si colloca indubbiamente l’apertura nel 1997 dell’Atelier Weiss, che, nel corso degli anni, ha prodotto gran fermento nel piccolo villaggio collinare del Mendrisiotto, dando anche alla comunità  locale l’opportunità di vivere incontri stimolanti con un nutrito numero di artisti e con le loro opere. La mostra in corso dedicata a Max Weiss è pertanto un’occasione preziosa per accostare – non senza un rinnovato scatto di emozione – senso e bellezza dell’ampio lascito artistico dello scultore.

Nel velocissimo cambiamento d’epoca in cui siamo immersi, dove parole e aggettivi sono stati consumati e la comunicazione espressiva sembra essere una superficie mediatica desimbolizzata, risulta difficile dire di un grande come Weiss. Dunque credo che la scoperta, o la ri-scoperta della sua esperienza artistica possa avvenire nell’incontro, meglio se nello studio che lo ha visto all’opera per cinquant’anni, in cui nulla è indifferente e tutto può esser un richiamo. Nei rimandi, nei tramandi e nelle intuizioni. Quando si vuol dire del proprio ricordo di una persona, la si lega spesso ad un’immagine. Il mio ricordo di Max – che ho avuto il privilegio di conoscere sin dalla mia infanzia – è un’istantanea di lui seduto al tavolo dell’osteria, dinanzi al bicchiere di rosso servitogli dall’Ancilla. Sorseggia con calma, tirando in là, il viso di tre quarti avvolto nella nuvola bianca del sigaro, lo sguardo dolce-severo di chi valuta accuratamente se fidarsi o meno di chi ha di fronte. Schivo, soprattutto negli anni della vecchiaia, e forte della propria autenticità nella vita come nell’arte, Max scansava i rapporti basati sulle convenzioni. Non ha mai avuto una vita spettacolare, era un osservatore e credo che guardasse con sospetto le teorie sull’Arte. Del resto sembra impossibile ricondurre tutta la sua produzione all’interno di una rigida tabella di classificazione. Come tutte le vite anche la sua è stata un susseguirsi di caso e necessità. Le amicizie con gli artisti lo hanno accompagnato per la vita intera, ma amava pure il solitario andar per boschi nei dintorni del paese, dove si era stabilito con la famiglia negli anni Cinquanta. Di sé e del proprio creare, con cavernosa e disarmante schiettezza, amava dire “Per me scolpire è puro e semplice piacere di creare forme.”

Nel laboratorio ancora vive l’energia del suo gesto vigoroso e passionale. Weiss andava a cercarsi nutrimento affondando mente e mani negli elementi terreni: legno, ferro, pietra. Scolpire era per lui anche un modo di creare resistenza contro le logiche di una società che avvertiva – e lo asseriva – sempre più lontana dall’umano e dal naturale. Un’estetica, la sua, che somigliava molto ad un lasciarsi portare dalla materia verso mete solo in parte frutto di mera abilità. 

Del fertile panorama artistico di Weiss, l’Atelier conserva disegni, studi, gessi e sculture tra le più importanti dell’intera sua creazione: il Toro e l’Alce, altrettante grida ancestrali dell’animalesco, con il quale l’artista intendeva e sapeva dialogare, quasi in uno scambio delle rispettive caratteristiche, abbandonandosi con fiducia al loro richiamo. Weiss si riconosceva nell’arcaico bisogno umano di raccontare l’animale per immagini e forme, bisogno che rimanda al bisonte graffito nelle grotte di Altamira, ai gatti egizi, al toro cretese. Cosa di più originario del simbolo, che va a prendere fisionomia nell’immaginario primitivo, che sta alla radice dell’avventura umana, prima dell’inizio della storia? E nella potenza espressiva dei grandi volumi di Weiss possiamo riconoscere il linguaggio archetipico che tutti/e ci portiamo dentro.

I suoi grandi corpi femminili parlano ai sensi con espliciti giochi di seduzione: le trasgressive Baccanti di Dioniso, così come le Tre Streghe, mantengono salda la regia dell’opera sfidando il tempo.

Tra le molte creazioni dedicate al femminile non incontriamo nessuna Arianna. Avrei dovuto chiedergli, a suo tempo, il motivo di questa assenza. Forse l’artista non ha voluto che il filo srotolato della figlia del re portasse Teseo ad uccidere il Minotauro. Un Minotauro possente, il suo, che cattura il fantastico grazie ad un esuberante intreccio tra amore e morte. 

Probabilmente Weiss scolpiva anche ciò che lo opprimeva, andando a cercare ragioni che stavano dentro di lui, e altre al di fuori. Le sue opere mostrano anche tutto il peso del mondo che grava sulle spalle degli umani. Ma, contemporaneamente, la portentosa magia dello scalpello indica la via verso la forza che consente di sopportarlo.

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