Salario minimo e premio Nobel

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Mentre in Ticino la politica del boccalino e del pareggio di bilancio infiamma gli animi, con economisti nostrani che spiegano dai banchi del Gran Consiglio il gioco delle tre carte, altrove, il Nobel 2021, premia tre economisti del lavoro che ci raccontano, con le loro ricerche effettuate sul campo, come le teorie che certa destra spaccia come il sacro verbo scolpito sulla pietra, in realtà sono solo balle, buone per premiare i ricchi e tartassare il resto della popolazione che, forse varrebbe la pena ribadirlo, sono la maggioranza del Paese. Ma cerchiamo di capire cosa dicono i tre Nobel 2021 per l’economia.

L’unico premio a non essere stato pensato da Alfred Nobel, perché lui non considerava l’economia una scienza, è il cosiddetto Nobel per l’economia, o forse sarebbe più corretto definirlo il “premio della Sveriges Riksbank in scienze economiche in memoria di Alfred Nobel”, perché questo è il suo vero appellativo. Il premio, assegnato un paio di settimane fa, è andato a tre professori universitari. A David Card “per i suoi contributi empirici all’economia del lavoro”, a Joshua Angrist e Guido Imbens “per i loro contributi metodologici all’analisi delle relazioni di causa ed effetto”. 

Il comitato del Nobel ha posto così l’accento sulla capacità dei tre di rispondere a domande complesse attraverso l’uso di esperimenti condotti sul campo, in un lavoro complementare in cui Card ha contribuito con la parte empirica, e Angrist e Imbens con quella metodologica. Ma, in soldoni, su cosa si è concentrato il loro lavoro? Sugli effetti positivi del salario minimo, e di quello dell’immigrazione sul mercato del lavoro. Due temi per i quali, qui in Ticino, ancora ci si scanna. I tre hanno dimostrato la bontà del salario minimo con esempi alla mano. Alla faccia dei Pamini e di altre Cassandre ostili a questa misura.

Ciò che David Card ha osservato è come aumentando il salario minimo non diminuisce il numero di occupati. Casomai il contrario. E che, investire nella scuola, contribuisce al futuro successo degli studenti nel mondo del lavoro. Proprio così. Perciò, altro che tagli o restrizioni nei parametri di accesso ai sussidi per lo studio. Certo, sembrerebbero conclusioni ovvie, ma invece, proprio perché il pensiero neoliberista dominante afferma il contrario, il valore di queste ricerche è doppio. Angrist e Imbens, loro, hanno dimostrato l’esistenza di un rapporto di causa ed effetto. 

Come, per esempio, nel caso dell’arrivo in massa, nel 1994, di immigrati cubani, i cosiddetti “balseros”, in Florida. Oppure in occasione della deindustrializzazione del New Jersey e della Pennsylvania avvenuta circa venti anni fa. Se da una parte i balseros si sono integrati, permettendo all’economia di crescere e ai posti di lavoro di moltiplicarsi, dall’altra, anche il salario minimo non ha affatto avuto un impatto negativo sulla crescita. Anzi. A questo punto, però, mi chiedo cos’altro s’inventeranno lor signori pur di giustificare l’ingiustificabile. Perché, nel “bel Tisin”, siamo ormai a questo. All’esser diventati lo zimbello dei Nobel. 

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