Si chiamava Ndakasi

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Si chiamava Ndakasi  ed era una gorilla di montagna nella Repubblica democratica del Congo che non disdegnava di scambiare opinioni con qualche ranger che la proteggeva dai maledettissimi cacciatori di frodo. 

È deceduta dopo una  lunga malattia in cui le sue condizioni sono rapidamente peggiorate , lasciando in eredità l’inestimabile bagaglio di una istintiva intelligenza che aleggiava fra le liane.

Ndakasi si esprimeva ovviamente a modo suo, sbucciando banane con la maestria di un prestigiatore che possiede due cilindri e una colonia di conigli bianchi, e solidarizzando con le guardie del Parco nazionale del Virunga, alle quali non negava neppure un selfie di gruppo, lei orgogliosa del suo possente torace e loro confidenti nella sua trascendente empatia.

Era orfana a causa dei bracconieri e negli ultimi tempi lasciava orme sempre più leggere sul terreno di un orfanotrofio ubicato nella riserva lussureggiante, estesa in una area naturale protetta di grande fascino.

Osservo l’emozionante e coinvolgente foto della gorilla che sta salutando la vita:  poggia il suo volto, affilato e ancor più umanizzato, sul grembo dell’inseparabile amico Andre Bauma, suo custode nelle lunghe giornate trascorse in gioiosa simbiosi.

E la zampa – mi scappava quasi di utilizzare il termine ‘piede’ – sfiora quasi esangue uno stivale dell’uomo che poggiato a un muro scrostato pare voler nascondere con la mascherina chirurgica la sue espressione di compassionevole sensibilità .

Questa immagine trasmette una sorta di intenerimento che tocca e che turba, alla faccia di tutti coloro che individueranno retorica, prolissa enfasi e futili sdolcinature in questa sintesi di commiato.

Un gorilla resta un gorilla, fuori di dubbio.

Eppure in questo animale che sta forse raggiungendo le sue nuove arcane macchie di foresta, intuisco l’affanno composto, una dignitosa rassegnazione avvolta dentro un patimento che chiede aiuto a un suo simile.

Bauma si è preso ininterrottamente cura di Ndakasi dal 2007, quando i rangers la trovarono aggrappata al corpo della mamma, ammazzata dai bricconi che diventano ghignante vento di morte fra il fogliame.

L’incredibile rapporto di amicizia instaurato con il suo “papà umano” è sbocciato giorno dopo giorno, diventando un movimentato e a tratti buffo sodalizio di sintonie condivise.

Il magazine online Ohga così si esprime :

“Mancherà a tutti noi di Virunga, ma siamo per sempre grati per la ricchezza che Ndakasi ha portato nelle nostre vite durante il suo periodo a Senkwekwe”.

Prima di chiudere, mi affanno per recuperare una stupenda frase di Jane Goodall , una frase che ci spinge a scendere, almeno per qualche istante, dal nostro presuntuoso piedistallo evolutivo.

Jane, antropologa ed etologa, primatologa e messaggera di pace delle Nazioni Unite, si è affermata come una delle scienziate più rivoluzionarie. la conferma la ritroviamo in questa incomparabile riflessione che considero un inno alla ‘ sedizione ‘ che può migliorare il genere umano 

“Gli scimpanzé, i gorilla e gli orangotanghi sono sopravvissuti per migliaia di anni nel bosco, hanno avuto una vita fantastica, in ambienti in cui regna l’equilibrio, senza che sia mai venuto in mente loro di distruggere il bosco, di distruggere il loro mondo. Direi che hanno avuto più successo di noi per quanto riguarda il vivere in armonia con l’ambiente.”

Alle obiezioni, agli arricciamenti del naso e ai moti di fastidio la Goodall , ampliando il bisogno di varcare la soglia della psicologia animale , contrappone un colpo di obice 

“Non puoi condividere la tua vita con un cane o un gatto se non capisci che anche loro hanno una personalità, dei sentimenti e una mente per pensare”.

E chi sbuffa annoiato e non condivide piccato, scagli tranquillamente la prima pietra, aguzza quanto basta per compensare le inquietanti smussature della calotta cerebrale.

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