Social: la caduta degli dei

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I social network di Zuckerberg, Watshapp, Facebook, Instagram sono andati in tilt per diverse ore. Come tuti gli idoli dai piedi d’argilla, quanto più sono grandi, tanto più fanno rumore quando cadono rovinosamente.

Lo shutdown di ieri, durato qualche ora, ha creato sentimenti che vanno dalla noncuranza alle crisi di panico. Dopo pochi minuti, volti prima perplessi hanno traslato su espressioni di sconcerto e poi di terrore puro. Perché ragazzi diciamocelo: 10 minuti va bene, ma diverse ore ci fanno capire quanto sia fragile questo mondo virtuale.

Curiosamente, un nostro articolo di pochi giorni fa, parlava della possibilità di oscuramento di internet in seguito a una probabile tempesta solare. (leggi qui sotto)

Perché la fragilità di questo meraviglioso e esasperante mondo virtuale è appesa a un filo. Se disastri, epidemie e nubifragi, non intaccavano più di tanto il tessuto sociale delle società pre digitali, oggi, siamo talmente dipendenti da internet al punto che un millenial senza Google Maps, si perde invariabilmente in una città, incapace di ricordarsi che può chiedere informazioni ai passanti come facevamo noi solo fino a qualche decennio fa.

Questa “caduta degli dei”, ci ha fatto rendere conto di quanto in fondo siamo fragili e dipendiamo quasi totalmente da una tecnologia, mirabolante, affascinante e utile sotto ceri aspetti, ma che ci rende completamente dipendenti. Talmente legati ad essa, da mettere seriamente in discussione la nostra società se questo mondo, dunque un semplice ausilio digitale, venisse a scomparire.

Perché oggettivamente, e questo forse è il problema maggiore, siamo di fronte a una realtà incontrovertibile. Gli ausili digitali stanno creando, e lo dice una ricerca pubblicata sulla Proceeding of the national Academy of Sciences*, persone con QI più bassi. La mancanza di sfide, di confronto, la facilità di accesso a qualsiasi cosa, ha probabilmente inibito quell’astuzia naturale, quella predisposizione alla curiosità e alla scoperta tipiche della nostra specie.

Che sia internet o no, è ovvio che l’evoluzione tecnologica non va di pari passo con l’evoluzione psicologica della specie. Invece di diventare più saggi, e i social ne sono una dimostrazione plateale in questo periodo epidemico, diventiamo solo più rissosi e stupidi. 

Solo ieri, prima del shutdown, Frances Haugen, ingegnere informatico che ha lavorato a Facebook, ha dichiarato alla stampa:

“Quello che ho visto a Facebook è che c’è un conflitto d’interessi fra quello che è bene per il pubblico e quello che è buono per Facebook. E Facebook ha sempre scelto di ottimizzare i suoi interessi, come fare più soldi”

Le sue rivelazioni, peraltro documentate e portate alla luce del Wall street journal, che ne ha tratto una serie di inchieste, sono credibili e non stupiscono più di tanto. La Haugen testimonierà oggi di fronte a una commissione del senato USA, a riprova di quanto siano serie le sue affermazioni.

Dunque siamo di fronte a due problemi seri. Un instupidimento costante della popolazione,  portato da televisione, internet e giochi elettronici, e uno spregiudicato uso dei social da parte di chi, come Zuckerberg, ci fa miliardi di dollari. 

È ovvio che oltre ai cambiamenti climatici, siamo chiamati anche a cercare di regolare, imbrigliare e gestire i social, che per quanto siano utili, hanno un a parte velenosa che intacca il tessuto sociale e i processi democratici. D’altronde mica lasciamo dei fucili mitragliatori in mano a chiunque…ah no, negli USA sì, lo fanno.

Ecco, appunto. Gridiamo alla libertà e poi non sappiamo nemmeno trovarci la bocca al buio se vogliamo un cucchiaio di marmellata. 

Già da piccoli mamma e papà ci dicevano che a furia di televisione saremmo diventati scemi. Alla televisione oggi possiamo aggiungere il mondo digitale. E come al solito, beh, i nostri vecchi avevano ragione. Termino con le parole di Mirko Aretini, Regista, documentarista e scrittore, che collabora anche con la RSI:

“… per un attimo ho pensato che fossimo giunti all’inizio della fine di un’epoca che ha per ciliegina sulla torta l’inesorabile tramonto degli Influencer costretti a cercare lavoro in un futuro, per loro, distopico. Un futuro in cui è necessario studiare, istruirsi, leggere libri e saggi invece che condividere notizie sul web in base al titolo, un futuro in cui andando al cinema puoi seguire soltanto  la storia del film e non quelle di Instagram ogni 5 minuti illuminando mezza sala e la soglia dell’attenzione torna virtù, non solo necessità. 

Un ritorno in generale alle origini dell’essere e del dialogo, riscoprendo l’antico sapore della condivisione di cose e persone.  Ma niente, devo aver bevuto troppa acqua per aver fatto queste strane visioni. 

In ogni caso era una decade che non ricevevo un SMS che non sia l’avviso di roaming,  inviato da un essere umano. E se fra 9 mesi ci sarà un boom di nascite non sorprendiamoci, l’esperimento sociale avrà funzionato.”

* organo ufficiale della United States National Academy of Sciences. Citata spesso con la sigla PNAS (oppure con Proc Natl Acad Sci USA), è una delle riviste scientifiche più note a livello internazionale.

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