Squid Game:un mondo oltre i sottotitoli

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Sulla popolarissima piattaforma di streaming video Netflix, nella sezione “più visti”, da un mesetto campeggia una serie chiamata “Squid Game”. La serie non è popolare solo in Svizzera: gode di quel primo posto nella sezione con i titoli più guardati in almeno 90 nazioni, e i portavoce di Netflix hanno fatto sapere che molto presto “Squid Game” sarà il programma Netflix più visto in assoluto.

Una popolarità così immediata (uscita il 17 settembre) e travolgente è notevole, ma non mai vista se pensiamo ad altri fenomeni dello spettacolo come Breaking Bad o Il trono di spade. Diventa però speciale quando clicchiamo sul tasto “guarda”, poiché ad attenderci c’è una serie recitata interamente in coreano. 

Giuro che sto per venire al punto, ma brevemente per tutti e 5 i lettori che non hanno ancora visto la serie: “Squid Game”, dal nome di un gioco per bambini tipico della cultura sudcoreana, è una serie basata sul filone delle “battle royale”. Questo concetto, esplorato molto più dal cinema asiatico che non da quello Occidentale, prevede che un certo numero di partecipanti prelevati dalla popolazione siano spinti a partecipare a un “gioco” o competizione in cui la pena per essere eliminati è la morte. I più magari ricorderanno la trilogia di “Hunger Games” – la cui scrittrice non ha mai fatto mistero dell’essersi ispirata a film come il giapponese “battle royale”, in cui la risposta al crimine giovanile è selezionare alcune dozzine di giovani affinché essi combattano su un’isola finché non rimane un vincitore. 

Il genere, che poi si è espanso anche nel mondo dei videogiochi, ha origini piuttosto vecchie, oscure e fumose. Il primo esempio riconosciuto è un romanzo di Koushun Takami scritto nel 1997. L’idea di una popolazione spinta a combattersi è figlia del vissuto di quella generazione, in un periodo postguerra in cui bande di rivoluzionari combattevano la polizia in tutto il Giappone. Ma rimanda anche ad altri traumi generazionali, come la militarizzazione delle scuole giapponesi durante la guerra (ragioni per cui, in molti film del genere, i protagonisti sono adolescenti). Senza divagare troppo, il genere “battle royale” ha un ruolo molto importante e specifico nella cultura della sfera nipponica (che include, tra gli altri, proprio la Corea del Sud).

Ricapitolando: abbiamo una serie recitata in coreano, basata su fenomeni cinematografico-culturali prettamente asiatici. Come è stato possibile che sia diventata subito così popolare anche alle nostre latitudini? La risposta sta in un mix di diversi fattori, dall’incompetenza dei manager delle case di distribuzione al “rinascimento” culturale delle nuove generazioni. 

Ricordate il film “Parasite”? Quella gemma che vinse l’oscar come miglior film nel 2020 (e altri 6)? Prodotto in coreano e meramente sottotitolato, aveva colto di sorpresa molti “esperti”. Ma come disse allora il regista Bong Joon-Ho, “quando supererete quella barriera alta 5 centimetri dei sottotitoli, scoprirete un sacco di film meravigliosi”. 

La credenza, finora, era che il pubblico occidentale non fosse grande fan dei film sottotitolati – e effettivamente molte persone trovano fastidioso il dover costantemente leggere. Pare però che il pubblico non disprezzi poi così tanto il sottotitolato, soprattutto grazie al lavoro di piattaforme come anche Netflix, che spesso e volentieri pubblica serie prodotte in lingua originale. Alcuni esempi includono “Dark” e “Die Welle” in tedesco, “3%” in portoghese brasiliano, “Narcos” in spagnolo sudamericano o “la casa de papel” in spagnolo europeo. 

Certo, questo recente sballo per il sottotitolo non è invulnerabile alle critiche. C’è chi dice che sia solo un modo per “riciclare” serie prodotte altrove, e chi invece punta il dito alle inesattezze e alla mancanza di contestualizzazione culturale nei sottotitoli, che si traduce in una mancanza di rispetto per la cultura originale. Questo è stato il caso con Squid Game: molti utenti su internet hanno lamentato grasse discrepanze tra la comunicazione originale e la traduzione inglese. La comica americano-coreana Yeongmi Mayer è arrivata al punto di dire che “chi sa il coreano guarda una serie del tutto diversa da quella che vede uno spettatore anglofono”. Jinhyun Cho, professoressa di linguistica alla Macquarie University, giudica la traduzione come complessivamente buona, ma sottolinea le difficoltà nel tradurre lingue da ceppi culturali totalmente separati dai nostri. “C’è sempre l’intraducibile. Modi di dire, espressioni basate su un certo contesto culturale, lingua vernacolare… ad esempio, in corea ci si chiama con titoli basati su status, età o ruolo. Le persone tendono a non chiamarsi per nome proprio, e una traduzione inglese dovrà per forza cancellare questo aspetto culturale in favore di un modo di parlare che ha più senso per il pubblico anglofono”

Nonostante tutti questi ostacoli, il successo di Squid Game è stato proprio attribuito a un’apertura mentale tipica delle generazioni nate dopo l’anno 2000. Si parla di generazioni che sono cresciute su internet, per cui culture come quella giapponese o coreana non sono affatto lontane e misteriose quanto lo erano 50 anni fa – sono culture che anche per i giovani occidentali sono riconoscibili, ma comunque affascinanti in quanto sconosciute. Questo “rinascimento” dal punto di vista culturale è recente ma non recentissimo: già dalle proteste BLM in America si era notata una volontà di riconoscere e rappresentare in modo più adeguato culture diverse, da quelle native a quelle latinoamericane. Il deciso movimento in una direzione antirazzista ha prodotto un clima più favorevole per serie e film stranieri che in precedenza sarebbero state ignorate. 

Secondo Kalhan Rosenblatt, che si occupa di temi giovanili e cultura informatica per NBC, il fenomeno è dovuto anche al modo in cui i giovani comunicano – che le case produttrici mainstream faticano a capire. 

“Una volta ci si basava su recensioni, consigli dati dalla televisione e così via. Ora i media si popolarizzano in modo diverso, tramite passaparola informatico o meme. Questo per assurdo fa sì che siano i consumatori a controllare il mercato, e non chi può spendere di più sui giornali. Questo spiega la rapida ascesa di produzioni non molto pubblicizzate come Squid Game, o i flop di film strapubblicizzati come “tenet”.”

“Parte della popolarità di Squid Game è anche data dalla sovrapposizione tra diverse community. I primi a segnalare la serie sono stati i fan della musica pop coreana, che si sono mossi su twitter o tiktok per parlarne anche con gente al di fuori della community. Questo tipo di interazione era quasi impossibile in precedenza, ma ora un gruppo di persone può facilmente raggiungerne molte altre e popolarizzare media che altrimenti rimarrebbero di nicchia”

In altre parole, il fenomeno “Squid Game” ci dice molto più di quanto si potesse pensare. Non è solo una storia di successo, ma una storia di culture straniere che finalmente trovano il riconoscimento che meritano, di democratizzazione del mercato video, ma soprattutto di un mondo che, nonostante tutto, continua a cambiare. 

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