Storie di pani, pizze e razzismo

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Ibrahim Songne è arrivato in Italia quando aveva 12 anni. Oggi, diciassette anni dopo, è tra i migliori 50 pizzaioli d’Italia. Storie di gente come lui, sono la miglior risposta al razzismo strisciante, che è antistorico e destinato, col tempo, a soccombere.

Eppure anche Ibrahim si è confrontato con l’ostilità delle persone:

“…molti si allontanavano, una volta che mi vedevano accanto alle pizze. Poi col tempo ho conquistato la fiducia delle persone e il locale ha cominciato a volare.” Ha raccontato a Repubblica. 

Un pizzaiolo del Burkina Faso, che lavora in Trentino Alto Adige ci fa sorridere, come una coppia nepalese che apre un ristorante alle Hawaii.

Eppure questa è la storia di domani, storia di culture importate che entrano nella nostra, amandola e condividendola. Sono storie di persone che lavorano, come gli immigrati francesi che inseguono il premio per la miglior baguette artigianale. Un premio che concede una commessa di fornitura annuale all’Eliseo, un label non da poco per un panettiere. Un riconoscimento che, fa sorridere pure questo, è spesso dato a immigrati.

Il «Grand prix de la meilleure baguette artisanale» è una cosa seria, c’è una giuria, ci sono decine di “baguettisti” a confronto. Il pane francese per antonomasia, la gloriosa baguette, che viene cotto ogni giorno in decine di milioni di esemplari in Francia. Una derrata che sta alla Francia come la pizza, appunto, all’Italia.

Nel 2014 vince il portoghese Antonio Teixeira della boulangerie «Délices du Palais» sul XIV arrondissement, originario di Fafe.

Nel 2015 è Djibril Bodian a portare in alto il trofeo che gli apre le porte della residenza presidenziale di Francia, senegalese, è recidivo aveva già vinto nel 2010.

Nel 2017 la palma di miglior “baguettista” di Parigi va al panettiere di origine tunisina Sami Bouattour.

E per ultimo, nel 2021, è Makram Akrout, un altro tunisino, -arrivato in francia 19 anni fa come sans papier- a sollevare in alto la coppa che lo designa come miglior panettiere di Francia.

Queste storie raccontano in realtà quello che sta succedendo: gli immigrati non ci rubano il lavoro, anzi, condividono un benessere e una cultura di cui, speriamo, vadano fieri. Che siano panettieri che sfornano baguette in Francia o pizzaioli che spargono nuvole d’origano in Italia. Che siano spadellatori di rösti a Zurigo o cuochi di polenta e luganiga in Ticino. 

Poche cose uniscono come il desco, la tavola, il condividere il cibo.

La sinistra lo sa bene e in effetti, l’appellativo “compagno”, deriva dal latino “cum panem” ovvero coloro che insieme dividono il pane. Che sia pizza o baguette, è giusto che lieviti, con amore e dedizione, con duro lavoro e fierezza.

Questo è il sapore del pane di domani.

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