Strangers in the “light”

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Le presunte ortodosse regole di una alimentazione salutista, le reiterate urticanti diete, le infinite e sfinite corse nelle praterie della morigeratezza e del solfeggio alimentare. Mi sto forse trasformando in un piagnone delle restrizioni, disancorato dal procace mondo della stupenda mappa della gastronomia casereccia, che a tutto tondo imbastisce, alla facciaccia mia, un girotondo dando la mano alle salamelle damigelle?

Stavo rimuginando su questo aspetto proprio oggi, ripassando l’agenda  dei miei spostamenti progressivi del dispiacere.

Colazione: latte totalmente scremato (che presto mi condurrà ad essere cremato? ), gallette bio di riso integrale senza glutine e senza libidine, marmellata di ciliegie nere ( saranno poi ciliegie vere?)  priva di zuccheri aggiunti, 15 chilocalorie per 30 grammi (giusti giusti per rivivere i mesti quotidiani melodrammi) 

Pranzo: prosciutto cotto di maiale anoressico cresciuto nella totale inconsapevolezza della possibilità di fuggire unendosi nottetempo alla brigata partigiana dei “ciccioli della liberazione” .  

Il malinconico prosciuttino è stato rigorosamente imbustato a fette filigranate che presentano regolare firma autografa del presidente  dell’azienda suina a filiera ultraleggera, sino allo sfinimento di un porco tradimento.

Come è frustrante il tip tap della forchetta sul flebile fantasma che scavalla dal nitrato al nitrito di sodio: sulla fettina, non un’ombra di candido grasso.

Stracchino con un perentorio avviso ai naviganti semi digiunanti “meno  50% di grassi ” rispetto alla media del beato gorgonzola che fa la goccia sublimando la fase della salivazione.
Davvero il mercato delle vacche magre, dentro una confezione già sfinita prima che tu la apra “Sollevare e tirare l’aletta”, recita lo sbiaditissimo involucro che elenca i valori nutritivi in un quadratino molto simile allo spazio riservato a un mogio necrologio. 

È un attimo, tiri l’aletta e voli come un angioletto verso l’assuefazione delle scapole sempre più appuntite e scarnificate. 

Per la miseria, la fame è una gran brutta bestia e mi sento un mulo senza basto, perché qui impera la parola “Basta!”


Cena: tortellini immateriali, sostanzialmente ipotizzabili, con un incerto lacerto di ripieno di carne equina che risiede in una velina di pasta fresca  all’uovo disuovizzato “, in macabra sintesi  un uovo nel quale qualcuno ha insinuato il tarlo della fallace utilità del tuorlo. Cottura: 4 minuti e poi via, verso il paese della Cuccagna dove tutto è concesso, a scucchiaiare nel piatto la tortura della serale iattura.
Filettini di platessa decaduta, negli anni addietro contessa: ma i pescherecci del mare del nord che cavolo di consuetudine hanno sposato da un pò di tempo se con le panciute reti invece del pescato rastrellano il mancato? Mastico come un pugile al quale l’avversario ha risistemato la mandibola alla maniera dello scorfano da gong, biascico questa immane fonte di proteine e di fosforo provenienti dalle benedette acque ricche di iodio. 

Santo cielo, come iodio questo corretto stile di vita : per 100 grammi, 1 punto e 9 di grassi.

Scoppio in un pianto da plancton disadorno.

E per chiudere, urca, una bella mela annurca.
Una melina così piccina da intenerire il cuore e da far scoppiare il fegato dentro una mareggiata di bile.

Una annurca che strappa una imprecazione turca, giusto per conferire un tocco di internazionalità al desco della castità. 
Poi sul divano, sempre più defilato e sempre più incacchiato, ascolto come digestivo della casa l’intramontabile Sinatra, con la sua voce confidenziale e pastosa che evoca una carbonara carica di guanciale assai poco indicato per la variazione sul tema che porta diritti diritti a uno stressante “Strangers in the light”.

Poi a nanna, con la pancia che amplifica borborigmi da operetta, mentre comincio a contare le pecore: tutte rigorosamente magre e snelle, nella attesa del cane pastore che pare se ne sia andato a fare una veloce sauna. 

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