Titolo etico o tritolo etilico?

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Il codice del buon giornalismo, da non confondersi con “l’obice del pressappochismo”, imporrebbe da un certo numero di secoli  – principiando dall’Oxford Gazette del 1665 ( pare il più antico quotidiano britannico della storia) – di propinare notizie coerenti, veritiere e oneste, proprio per irrobustire la credibilità di chi scrive e per vitaminizzare la fiducia di coloro che leggono.

Circa l’oggettività della informazione, che è poi sinonimo di sana indipendenza, sono stati scritti fiumi di parole, più o meno spese bene per la salute del sistema mediatico, ma certe stonature di comportamenti devianti rischiano, giorno dopo giorno, di gabbare il fruitore dentro un sabba di opinioni che sgusciano da titoli devianti o drogati.

Già, il titolo di un articolo: il cappello, che anticipa e sintetizza il contenuto, il copricapo prima del punto a capo fatto di pochissime parole che devono obbligatoriamente rivelarsi calzanti, pertinenti ,attinenti e opportune: ma per la miseria, quante volte capita di imbattersi nel contenuto di un pezzo dove l’intestazione depista con l’irruenza di uno scaricatore di porto, gabbando e gonfiando e raggirando il lettore con due o tre vocaboli furbetti e anabolizzati?

Per la fluente barba di Gutemberg, non se ne può più di ingerire fatti annunciati attraverso plateali tradimenti lessicali: una presentazione ortodossa certifica il pezzo mentre una premessa “tarocca ” squalifica brutalmente il contenuto, sottraendogli interesse, dignità e legittimità.

Mi pare di poter affermare che si stia ormai stratificando una patologia da impudente abbindolamento, esondante nel mondo della carta stampata e dell’universo online al punto tale da indurre i sopravvissuti onesti sociologi della comunicazione a calare le braghe, nel gran fiondare di bretelle sfinite, davanti alle prevaricanti spallate alle logiche della virtù fattasi baldracca, sotto l’impellente segno del dissesto dei titoli.

E allora avanti, signora la marchesa, a infinocchiare il lettore esagerando e “cubitando” : “Sfiorato l’accoltellamento” quando poi la controversia era a colpi di mentini per una vertenza sul sesso degli angeli; “Una torbida vicenda di raggiri” quando poi a girare erano le voci su un caldarrostaio che pare rimpicciolisse i coni delle mondelle;  “Arrestato baro di poker” quando poi le manette sono sparite come d’incanto, davanti a una briscola chiamata vinta dal barista che baro non era pur gestendo un bar.

Ovviamente banalizzo, ma il problema non è nato oggi.

Nell’anno 1993, sulla copertina di una pubblicazione edita dalla Paladin Press negli Stati Uniti, sfavillava questo emblematico sottotitolo 

“Come manipolare i mass media : metodi di guerriglia per far passare le vostre informazioni alla TV, alla Radio, nei giornali”.

La guerriglia, per inciso, era proprio quella che di già avvampava per l’affermazione di una disinformazione sempre più “costruttiva”. 

Il processo di affinamento morale che l’ottimo Kant intendeva classificare come elemento “trascendentale” si riduce in una strampalata utopia quando un bene primario come il pragmatismo della espressione si riduce, per fortuna non sistematicamente, in fanatismo della contronarrazione e delle verità alternative.

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