C’è sempre un bambino di mezzo

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C’è sempre un bambino nei nostri ricordi, quel bambino infido e canaglia che ci ha spezzato il cuore, quel piccolo essere che ci ha costretti a guardare negli abissi della nostra anima.

C’era la bambina col cappottino rosso nel film di Spielberg “Schindler’s list”, c’era il bimbo di nome Aylan, affogato su una spiaggia della Grecia, che aveva messo tutta l’Europa di fronte a se stessa senza sconti, senza più favole da raccontarsi. (leggi qui sotto)

C’era il bambino siriano morto in grembo a sua madre, per la stupidità dei doganieri che non le avevano prestato soccorso, nato morto tra le reti metalliche di due paesi. (leggi qui sotto)

C’è la bambina morta prematura, insieme a sua madre, di Covid, lasciando un uomo solo con il suo dolore carogna che gli divorava il cuore. (leggi qui sotto)

E c’è l’ultimo, che ultimo non sarà, quel bambino profugo di un anno, morto di freddo nei boschi della Russia bianca. Portato lì a forza perché non era un individuo, ma lurida merce di scambio per l’improponibile leader bielorusso Lukascenko. Merce di scambio per fare pressione su un altro improponibile leader, il primo ministro Morawiecki, capo di una nazione ultracattolica e ultraconservatrice, che riempie le chiese e si inginocchia alle frontiere per scongiurare il pericolo mussulmano. Una nazione dove i volontari che aiutano i profughi, devono fingere di trovare alimenti e coperte nei boschi per non incorrere in leggi che vietano di aiutare quella misera umanità che sta morendo dietro ai fili spinati. Però le chiese sono sempre piene di bravi polacchi, che pregano la madonna e Gesù bambino, che andranno a messa a natale. Perché la sorte di quelle migliaia di poveri disgraziati ammassati da Lukascenko sul confine non è affar loro.

Eccoli qui cari no vax, qui il paragone coi nazisti ci sta. Gente che muore al freddo di inedia dietro a un filo spinato. Qui è veramente figo il paragone, anche se sti poveri cristi non ce l’hanno purtroppo il pigiama a righe e la libertà non sanno nemmeno dove sta di casa, visto che aspettano di morire. Morire come quel bambino e un’altra dozzina di deboli, che hanno lasciato sfuggire l’anima tra i denti nelle notti al confine della romantica frontiera polacca.

Ogni volta, per comprendere la portata di una disgrazia, ci vogliono i bambini. Li amiamo noi i bambini, sono paffuti e carini. Hanno quegli sguardi tutti occhioni che sembrano gattini. E ci piacciono anche i gattini, anzi, quelli quasi di più, anche perché non ti fanno venire i sensi di colpa. 

Poi è normale che quando ce ne sbattono uno morto davanti, o ci irritiamo o ci commuoviamo. Si irritano gli ipocriti, quelli che tanto sono di pietra comunque, a meno che non muoia il loro cane zoppo, allora lì sono tutti un fiorire di amore. “buon ponte piccolo Floffy! La vita non sarà più la stessa senza di te.” . Si commuovono quelli come noi, che in fondo non fanno mai niente comunque, a parte rare eccezioni. Perché per quanto ci commuoviamo gente, quelli sono bambini lontani e mica possiamo prendere l’auto e caricarceli tutti e portarceli a casa. 


Prima di arrabbiarvi sappiate che mi ci metto anche io, con le mie magagne, la mia anima ferita, la mia rabbia quando succedono queste cose. La rabbia impotente di chi ha tutto o quasi e che spende un tot di centinaia di franchi in padrinati o aiuti ad associazioni. Non ho risposte. Ho solo rabbia perché quei bambini vengono regolarmente a trovarmi e a ricordarmi che potrei fare di più, come diceva Liam Neeson nella parte di Schindler: “ Avrei potuto farne uscire altri…avrei potuto salvarne altri….non lo so se soltanto io…avrei potuto salvarne altri”. 

Il disco rotto di quell’uomo, seppur nella finzione commuove, perché ricalca la matrice dei nostri spiriti, quando sappiamo bene che avremmo sempre potuto fare di più. Ma c’è poco da fare e l’unica cosa buona e che a volte le morti di questi bambini riescono a smuovere la grande onda della solidarietà, dell’opinione pubblica. Quell’onda lenta che a volte sembra melassa: stolida, fangosa, immota.

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