Fra immortalità e fine del mondo

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È un’epoca davvero bizzarra, questa. Da una parte c’è chi vorrebbe farci credere che la vecchiaia è una malattia curabile, al punto che potrebbe essere sconfitta definitivamente, dall’altra lo spettro di un Pianeta giunto al capolinea, pronto a farci pagare a caro prezzo il conto della nostra condotta scellerata. E in mezzo noi. In bilico, in equilibrio fra il tutto e il niente. Secondo una stima, i ricavi dell’industria globale delle cure anti-età, degli elisir di lunga vita, o di eterna giovinezza che dir si voglia, aumenteranno dai 200 miliardi di dollari di oggi a 420 miliardi del 2030. 

Secondo la saggista e scrittrice Zadie Smith, una delle giovani autrici inglesi di maggior talento, “la morte è una specie di affronto all’American Life“. Ma ad avere un serio problema con il tristo mietitore, e ad essere incapaci di confrontarsi seriamente con la morte, non ci sono mica solo loro. È l’intero Occidente ad averne fatto un tabù. Un disgusto per la mortalità che si è sovrapposto alla cultura del biohacking (digiuno, monitoraggio rigoroso dei segni vitali, consumo di integratori e “droghe intelligenti”) che è a sua volta una manifestazione del transumanesimo. Ovvero la convinzione che la razza umana possa evolvere oltre i suoi limiti attuali, soprattutto attraverso l’uso della scienza e della tecnologia.

Infatti a qualcuno piace immaginare che saremo presto uomini e donne bioniche, esseri immortali che avranno finalmente fatto i conti con quella fastidiosa sensazione di precarietà che ci portiamo appresso da sempre. Le somme investite nella ricerca anti-invecchiamento da attori tecnologici come i fondatori di Google, Jeff Bezos di Amazon, oppure il magnate che sostiene Trump, Peter Thiel, ci mostrano chiaramente cosa succede quando tali idee incontrano un sacco di soldi. Proclami altisonanti si alternano così a idee confuse e irrealizzabili che si traducono in uno spreco di risorse che potrebbero invece essere utilizzate per altre ricerche in altri ambiti ben più urgenti.

Ma anche ipotizzando che davvero si riescano a comprendere i meccanismi alla base del ringiovanimento, quali sarebbero le conseguenze sociali e culturali di una messa al bando della vecchiaia e della morte? Cosa comporterebbe il poter vivere molto più a lungo di oggi? E come farebbe la Terra a far fronte a una popolazione che continua ad aumentare? Fare in modo che l’aumento medio delle temperature globali rimanga sotto gli 1,5°C richiederebbe che ciascuno di noi non producesse più di due tonnellate di CO2 all’anno. Intanto però, l’1% più ricco della popolazione mondiale, ne produce, in media, più di 70 tonnellate pro capite. E dunque proviamo solo a immaginare cosa accadrebbe se queste persone riuscissero a vivere anche solo il doppio dei loro anni.

Il tentativo di sfuggire alla morte e all’invecchiamento, sembra più che altro il tentativo maldestro di un apprendista stregone che cerca nella magia una scorciatoia e la soluzione di un problema ben più complesso e di sicuro impossibile da risolvere con un tocco di bacchetta magica. L’OMS stima che entro il 2030 1,4 miliardi, ovvero una persona su sei, avrà 60 anni o più e si prevede che il numero di persone di età pari o superiore a 80 anni triplicherà tra il 2020 e il 2050, raggiungendo i 426 milioni. Così, di fronte, a un mondo che invecchia pensare all’eterna giovinezza può essere uno stimolante esercizio intellettuale. Fantasticare non costa nulla, ma forse più che a campare in eterno e a voler restare per sempre giovani dovremmo imparare a guardare dritto negli occhi ciò che siamo. Esseri mortali di un Pianeta sul quale il clima sarà sempre più infernale.  

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