Gli 80 anni di Wonder Woman

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Per celebrare il suo compleanno le hanno perfino organizzato la meritatissima mostra “Wonder Woman. Il mito” che resterà aperta a Milano dal 17 novembre al 20 marzo 2022.

 La supereroina, sbucata nel 1941 dalla fervida e acuta creatività di William Moulton Marston, spegne con un semplice battere di ciglia le ottanta candeline di una prodigiosa torta, farcita secondo la provvidenziale ricetta delle enormi mutazioni culturali dell’ultimo secolo, contornate dalle magiche ciliegine della emancipazione femminile.

Il geniale Marston, psicologo e docente americano conosciuto oltretutto per aver contribuito fattivamente alla realizzazione della prodigiosa macchina della verità, concretizzò nel 1941, con il socio disegnatore Harry G.Peters, le idee del suo illuminato miraggio dove baluginava, dentro una ridda di intuizioni assolutamente originali, la fumante bozza di un fumetto rivoluzionario che abbracciava la sintesi di una smisurata simpatia per le donne.

Del sapiente e temerario papà di Wonder resta scolpita sulla pietra una emblematica frase: “Il miglior rimedio per rivalorizzare le qualità delle donne è creare un personaggio femminile con tutta la forza di Superman e in più il fascino di una donna brava e bella”

Alla storica dedica si accompagnò l’iconico numero uno di un albo dove, dentro un tondino giallo, correva o forse volava o forse ancora lievitava, una fanciulla dai capelli corvini e dal corpetto rosso con un’aquila dorata che anticipava una svolazzante gonna blu percorsa da miriadi di bianche stelle sovrastanti due perentori stivali rossi.

La copertina risultò di grande impatto, con quella scritta posta sotto un soverchiante “Sensation Comics” : ” The sensational new adventure strip character – Wonder Woman!”

E nella preistoria della prima grafica trionfava lo sgomento di brutti ceffi che “zippavano” vagonate di proiettili da pistole e mitragliette,, impattando contro la cosmica invulnerabilità della protagonista.

La sterminata platea di fruitori e di cultori del fumetto cominciò subito ad amare visceralmente quella “Doppia W” capace di scatenare una forza sovrumana piroettando fra le rarissime qualità di una supersonica velocità, di una inossidabile resistenza fisica, di una acrobatica agilità e di una mirabolante destrezza: il suo nome umano era Diana Prince, convertito nelle prime edizioni in lingua italiana in un luminoso “Stella”, discretamente azzeccato per descrivere le avventure della spiazzante principessa che proveniva  dall’esoterica isola di Temyscira.

L’attrice israeliana Gal Gadot che nel film di Patty Jenkins ,giusto qualche anno fa, ha contribuito magistralmente a scorticare la resilienza dei botteghini con un incasso di 850 milioni di dollari, ha adottato il personaggio di Wonder Woman riunificando la leggenda di una striscia nella riproposta di una realtà dove: “le donne devono farsi sentire” attraverso l’applicazione della “tolleranza zero nei confronti di chi abusa”.

La Gadot, infiltrandosi nelle suggestioni della roteante Wonder, è senza dubbio da considerarsi un simbolo femminista e LGBT e rimangono potenti e chiare certe sue dichiarazioni: “C’è molto di me in Wonder Woman e molto di lei in me: è un personaggio unico e semplice, rappresenta la donna forte ,indipendente, sa combattere ma non ama uccidere e sa essere molto tenera. Sono sempre stata a favore dei diritti e della giustizia per tutti, niente due pesi e due misure”.

Ma come piace ai bambini, vorrei ritornare all’inizio della vicenda, perché per finire come si deve ci si deve affidare all’abbrivio. Era il 1941, divampava la Seconda Guerra Mondiale, quando Wonder Woman ebbe il suo battesimo con la sua “altra lei” , l’amazzone Diana Prince, forse nata da una statuetta d’ argilla ma certo anche da un suntuoso spermatozoo sprigionato da uno psicologo che tifava Donna.

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