Il cielo sopra la Bosnia

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Si annuvola il cielo sopra la Bosnia. La ex repubblica bosniaca, che in termini storici ha ottenuto pace e indipendenza praticamente l’altro ieri, deve nuovamente confrontarsi con lo spettro del conflitto armato. A lanciare l’allarme è Christian Schmidt, rappresentante ONU in Bosnia.

L’evento che ha riscaldato gli animi è una recente dichiarazione di Milorad Dodik, presidente della Repubblica Serba in Bosnia. Il leader della minoranza serba bosniaca ha richiesto al governo l’autorizzazione a formare un secondo esercito nazionale bosniaco indipendente, costituito e controllato da serbi.

La Bosnia ha un sistema di governo particolare, basato su una presidenza congiunta. Oltre al presidente dei serbi ortodossi Dodik, vi è il presidente dei croati cattolici Željko Komšić e quello dei bosniaci musulmani, Šefik Džaferović. L’esercito nazionale odierno esiste grazie a un mutuo accordo tra le tre etnie costituenti sponsorizzato dalle Nazioni Unite, e al momento conta circa 10’000 militi di tutte le etnie. 

Dodik, nel chiedere la costituzione di un esercito serbo, ha implicitamente minacciato di retrarre il consenso serbo all’esercito unico bosniaco: cosa che il presidente croato Komsic ha definito “un criminale atto di ribellione”. Essendo l’esercito bosniaco una diretta conseguenza della guerra e formato per promuovere un senso di unità tra le popolazioni dello Stato, la mossa di Dodik va contestualizzata: non si tratta solo di una richiesta di autonomia militare, ma un vero e proprio attacco ai valori costituenti della nazione. I documenti ONU parlano di “praticamente secessione non dichiarata”.

Sempre secondo Schmidt, la Bosnia sta per affrontare “il più grande pericolo esistenziale dal dopoguerra”. Dodik ha minacciato anche di abbandonare le istituzioni statali, forte dell’ampio supporto tra i serbi di Bosnia – che mai hanno ben accettato lo smembramento della loro patria durante le guerre jugoslave. Dodik ha anche fatto sapere che se necessario manderà i suoi soldati a sgomberare le caserme dell’esercito nazionale bosniaco nel territorio della Repubblica Serba. Ha anche scoraggiato un intervento militare da parte delle potenze occidentali, dicendo di avere “amici” che hanno promesso di sposare la causa serba. Secondo gli esperti, questo sarebbe un velato riferimento a Serbia e Russia.

Entrambe le nazioni, soprattutto il gigante eurasiatico, hanno interesse a ottenere una vittoria relativamente indolore contro l’Occidente. Se Dodik dovesse riuscire nei suoi piani e ottenere l’indipendenza, l’apparato mediatico di Russia e Serbia potrebbe facilmente dipingere una vittoria per l’indipendenza delle popolazioni slave ortodosse, delle quali sia Russia che Serbia si considerano storicamente protettrici. 

Gli sviluppi hanno scosso la comunità internazionale. Proprio ieri si è votato all’unanimità presso le Nazioni Unite per estendere il mandato della missione di peacekeeping EUFOR. L’unanimità si è raggiunta solo dopo alcune concessioni alla Russia riguardanti lo stesso Schmidt – un ex politico tedesco scelto come rappresentante ONU per implementare l’accordo di pace in Bosnia. Non abbastanza imparziale secondo la Russia, che ha votato sì soltanto dopo aver ricevuto da Regno Unito, Usa e Francia la garanzia che Schmidt non avrebbe testimoniato. 

Secondo Kurt Bassuener, portavoce del think-tank DPC di Berlino, Dodik e i suoi alleati stanno cercando di intorbidire le acque. “Temiamo che il piano di Dodik sia rallentare i processi politici e deliberativi ONU in modo da presentarsi alla comunità internazionale con un fatto compiuto. A tal punto, poche nazioni avrebbero la volontà di intervenire”. Baussner commenta anche sulla manovra russa atta a escludere Schmidt: “Impedire a Schmidt di testimoniare e gettare dubbi sulla sua imparzialità non lo danneggia a livello legale, ma lo annienta a livello politico”.

Alida Vracic, direttore del think-tank bosniaco “Populari” commenta la crisi in modo più contestuale. 

“In Bosnia il parlamento non discute nuove leggi da sei mesi. Nessuna riforma è stata adottata, metà della popolazione vive in povertà, Sarajevo soffoca nello smog, il costo umano della pandemia ha fatto impallidire quello della guerra e vari funzionari e politici hanno rubato milioni in denaro governativo destinato all’emergenza. I leader bosniaci non faranno niente per calmare le acque, poiché mantenere uno stato di crisi maschera la loro incapacità di governare. Come sempre solo il popolo ne soffrirà”. 

Nel frattempo, gli sviluppi sul territorio non sono positivi. Le formazioni di polizia serbe hanno preso a condurre “esercitazioni anti-terrorismo” e numerosi ufficiali hanno messo in guardia riguardo al potenziale di conflitto tra agenti di sicurezza serbi e bosniaci: “un potenziale fulcro di scontri potrebbe essere la sovrapposizione di aree di giurisdizione tra le due forze di polizia”.

Dopo l’Afghanistan, un altro costrutto statale occidentale potrebbe presto crollare rovinosamente.  

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