Influencer, ma chi sei?

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Influencer. La parola stessa mette i brividi. In italiano suona ancora peggio: “Influenzatore”. Se cerchiamo la definizione abbiamo una cosa del genere: “Personaggio popolare in Rete, che ha la capacità di influenzare i comportamenti e le scelte di un determinato gruppo di utenti e, in particolare, di potenziali consumatori, e viene utilizzato nell’àmbito delle strategie di comunicazione e di marketing”. 

Ma siamo sicuri che sia veramente solo questo?

Iniziamo dando un’occhiata alla classifica dei principali influencers sulle piattaforme social. Al primo posto abbiamo Cristiano Ronaldo con 571 milioni di “seguaci”, seguito da Justin Bieber (455) e Ariana Grande (429). Fino al 19esimo posto abbiamo solo attori, cantanti, musicisti. Il primo che non rientra in questa categoria è Barak Obama (chissà cosa vende?). Tra questi non vedo nessun scrittore, giornalista o – utopia –filosofo o scienziato.

D’altronde, se lo scopo è quello di fare marketing, non possiamo aspettarci di trovare personaggi che magari ci consigliano un libro da leggere, una mostra da vedere e un film da guardare. Queste cose non fanno soldi.

Se mezzo miliardo di persone preferiscono seguire Ronaldo, per sapere che tipo di mutande promuove, non possiamo aspettarci altro. 

Coloro che seguono la moda influenzata dagli influencer – e acquistano di conseguenza (suppongo pochi lettori di Gas) – consiglio la visione di questo video di Arte.tv 

https://www.youtube.com/watch?v=QRDevzj1ZE4

Un documentario sulla moda, che è uno dei settori principali promossi dai sopracitati “influenzatori”. Non si tratta di capi firmati che costano centinaia se non migliaia di franchi, ma di capi da poche decine di franchi, gli unici che la maggior parte dei “seguaci” si può permettere. Capi ormai in gran parte prodotti in scantinati dei principali paesi europei (Gran Bretagna e Spagna in particolare) da lavoratori e soprattutto lavoratrici (sovente immigrati clandestini) pagati una vera miseria in condizioni di lavoro da inizio 1800. Questa è la condizione fondamentale della Fast Fashion. Ma la cosa più schoccante è che la maggiori parte di questi capi viene indossata 1 o 2 volte e poi buttata. 

Ripercorriamo il processo: 

1. Si prendono personaggi famosi e li si pagano profumatamente per promuovere, mutande, gonne, camicette, insomma, quello che capita; 

2. I “seguaci” aspirano a diventare come loro, ma la grande maggioranza fatica ad arrivare a fine mese; 

3. Bisogna quindi produrre capi di abbigliamento (o prodotti vari) a prezzi accessibili (capi che gli influencer probabilmente non si sognerebbero mai di indossare nella vita di tutti i giorni); 

4. Per produrli si assumono sfigati ancora più sfigati di quelli a punto 3; 

5. Si costruisce una catena di distribuzione assurda; 

6. Gli acquisti devono avere vita brevissima perché altrimenti il processo si arresterebbe.

Insomma, siamo sempre nel mondo dell’effimero alla massima potenza ma potrebbe diventare ben altro. Donald Trump, prima di essere escluso da molti social aveva 140 milioni di followers, Narendra Modi ne ha 170 milioni, due personaggi non particolarmente raccomandabili. 

Ora io, che non sono un esperto di social, mi chiedo una cosa: se Cristiano Ronaldo, rifiutando una bottiglietta di acqua minerale riesce a convincere milioni di persone che è meglio bere acqua del rubinetto, cosa potrebbe succedere se lui – o altri – decidessero di diffondere la notizia che assieme al vaccino ci iniettano un microchip per controllarci, o che siccome le elezioni sono state vinte dall’avversario sono evidentemente truccate e quindi bisogna reagire? 

Ops, ma queste cose sono già capitate. Così come l’odio diffuso dal premier indiano contro i mussulmani, e di certi personaggi (anche nostrani) che si scagliano contro i burocrati di Bruxelles o gli immigrati, e via dicendo.

Se questi influenzatori si limitano a vendere mutande, o abiti usa e getta (in realtà sembra più la seconda) a basso prezzo, prodotti in condizioni umane medioevali, la cosa non è particolarmente etica, ma il male è relativo. Possiamo ormai dire, e purtroppo definirlo, “as usual”. Alle ragazzine e ai ragazzini viziati del mondo occidentale, non interessa cosa sta dietro al loro abito di 30 euro, o alle loro sneakers prodotte dai bambini del Bangladesh. In realtà il fatto che la maggioranza dei followers è estremamente giovane, in parte, ci rassicura (per modo di dire) perché non hanno grandi velleità politiche e sociali. Ma immaginiamo che un Trump qualsiasi, a cui non frega nulla della conseguenza delle sue azioni, lanciasse messaggi devastanti e pericolosi. Hitler ci ha messo una decina d’anni a raggiungere i suoi obiettivi, ma un suo emulo moderno potrebbe ottenere risultati ben più devastanti in pochissimo tempo.

È evidentemente retorico affermare che “una volta era meglio” ma qui stiamo dando a degli emeriti cretini un potere enorme, con conseguenze potenzialmente devastanti. Che fare? Ve beh, mi fermo qui perché devo correre a vedere l’ultimo post di Ronaldo, che presenta una nuova linea di mutande. In fondo meglio vedere lui a torso nudo, che Salvini in canottiera “lumbard”. Speriamo questo basti a salvarci.

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