Jack London e il tallone di ferro

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Il 22 novembre del 1916 fu l’ultimo giorno di vita di Jack London e nel suo ranch in California forse  giunse a scortare il viaggio verso l’ignoto l’uggiolio ripetuto e continuo di Zanna Bianca , tornato ad annusare il  geniale creatore cui doveva la riconoscenza di pagine attraenti come un osso di dinosauro:  lo scrittore e drammaturgo statunitense si accingeva a raggiungere “Il vagabondo delle stelle” , a soli quarant’anni corsi pancia a terra, da irrequieto pirata della vita affascinato dal richiamo degli eccessi e delle trasgressioni.

Jack London ha spesso sollecitato le mie simpatie proprio per la sua attitudine al concepimento di capolavori scritti dentro il marasma di una esistenza maledetta, trascorsa a scrivere quasi disperatamente ogni giorno , da braccato dall’obbligo di riempire pagine e pagine per guadagnarsi la pagnotta sotto  il segno di un’esplosiva creatività incarnatasi nella portentosa sfida a una letteratura dominata dai borghesi per i borghesi, quasi interdetta a chi proveniva da una culla proletaria e da una matrice da puro autodidatta.

E dal “Richiamo della foresta” il proletario  “venuto su dagli abissi” percepiva il ruggito che lo istigava a lavorare sino a quindici ore al giorno, parola dopo parola, frase dopo frase, sino a incocciare “La peste scarlatta” negli stravizi del bere e del fumare, attentando alla sua salute con esorbitanti dosi di morfina per lenire i dolori.

Mentre imparavo ad amare “Martin Eden” e “Il lupo dei mari” mi sono  spesso soffermato incredulo al pensiero delle sue tempeste personali, alle sue vicende fatte di elastici tesi fra i riconoscimenti e il profumo della gloria per poi tendersi a dismisura davanti alle pesantissimi accuse di plagio, plasmate dall’invidia e dalla meschinità di chi pretendeva di gareggiare con lui per lo meno alla pari.

Ma se proprio devo scegliere fra le meraviglie dello scorticato e mitico London, pesco la solidissima carta del “Tallone di ferro” ,romanzo pubblicato nel 1907 , profondamente contestato  proprio per la sua vicinanza al pensiero del socialismo scientifico e alla sua identità di opera non lontana dal marxismo rivoluzionario: santo cielo, come è possibile non sprofondare nella storia dell’amore tra Avis e Ernest Everhard,  protagonista di una strenua lotta di classe e vivido ispiratore del movimento socialista statunitense e internazionale.

Nel “Tallone di ferro” si prefigura la connotazione di un regime dittatoriale che abbozza gli inquietanti contorni del fascismo e del nazismo che si sarebbero imposti, nel funesto sbatacchiare delle campane a morto, sul palcoscenico della vecchia Europa tra le due guerre.

E Jack trova la tensione dei pensieri giusti per “fare di conto” sulle somme di una equazione scompaginata: l’arrogante potere del capitalismo che apre al protocollo oligarchico dittatoriale e la sanguigna opposizione della classe operaia che per il bacio di Giuda di alcune ambigue organizzazioni sindacali dovrà soccombere, scivolando nel magma dei lavoratori omologati come la disperata categoria del sottoproletariato.

Il “Tallone di ferro” intona ancora oggi presagi di rigurgiti insidiosi, narrando di repressioni e di prevaricazioni in una progressione di sangue e di violenze espugnabili unicamente grazie alla  visionaria evocazione di una controrivoluzione.

Jack London,  nato a san Francisco in California nel 1876, figlio naturale di uno strambo e surreale astrologo ambulante irlandese, era solito affermare che lottare significa vivere e che vivere significa lottare: e forse questa ponderazione sta pure scritta su qualche conglomerato di remoti e inviolabili pianeti. 

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