La “felicità del lupo” sta fra le montagne

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Paolo Cognetti in una storia che lascia attenuare pagina dopo pagina la trama per lasciare spazio alla protagonista assoluta de «La felicità del lupo»: la montagna.

Montagna, montagna e sempre montagna: per Paolo Cognetti questo elemento naturale non è scenario dove ambientare le narrazioni ma luogo dell’anima. Rifugio che sa trasformarsi in sorgente vitale, storia che diventa respiro. Con «La felicità del lupo», delicato romanzo post-Strega, lo scrittore anagraficamente milanese indaga nuovamente su questo universo fatto di materia fisica ma anche storie che si incontrano e incrociano, parole e pensieri. La montagna come mondo unico e speciale, quello che ci ha generato, che ci capisce e sintonizza con il proprio io più profondo.

La storia qui è di Fausto che, interrotto bruscamente il suo matrimonio, torna nel paesino alpino che l’ha visto bambino eppoi ragazzo: Fontana Fredda.  Non ha un lavoro e nemmeno soldi, però si sente a casa e trova subito un sano ambientamento. Lui, scrittore al piano, diventa cuoco («c’è sempre bisogno di qualcuno che faccia da mangiare, di qualcuno che scriva, non sempre» gli suggerisce un saggio compaesano) in una baita gestita da Elisabtta- «Babette» (il bel racconto della Blixen trasformato in mito dal regista Gabriel Axel). Conosce Silvia, la giovane cameriera stagionale arrivata lassù in modalità fortuita. Tra di loro nasce una relazione ma non è questo il punto focale de «La felicità del lupo». Fausto incontra e scopre anche Santorso, forse il comprimario più importante del romanzo: lui è il classico vecchio del paese, quello che ha conosciuto tutti e «sa» tantissime cose. Lui è anche quello che incappa in un errore quasi fatale: solo per miracolo si salva da un incidente che comunque gli pregiudica l’uso delle mani. Santorso, delicato e significativo il nome scelto da Cognetti per quest’uomo, è l’anima e il dolore della montagna, la sua quintessenza. 

L’incontro-scontro di questi quattro personaggi porta, con garbo, alla potente esplosione de «La felicità del lupo», la già affermata supremazia della montagna su tutto e tutti.

Non dimenticheremmo qui il dato autobiografico dello scrittore Fausto-Paolo, i suoi riferimenti culturali e le velate magari anche un po’ celate citazioni: Mario Rigoni Stern, il pittore Hokusai, Cormac McCarthy, JackLondon e Karen Blixen, narrativa classica ma anche poesia mista a filosofie orientali. Tanti elementi che fanno da tessere di un puzzle che ha un solo nome: montagna, montagna e ancora montagna. Merito di una scrittura che raggiunge un equilibrio costituito da una leggerezza di tratto, la sua grazia, ed una drammaticità sempre latente. Una scrittura fatta di parole, frasi, capitoli (in tutto 36, di corta lunghezza) ma soprattutto di silenzi. E camminate, magari anche di sera e con piglio furioso, tanto «per togliersi il tempo per bere».  Una sequenza di segni che sembrano scostarsi dalla trama e annullarsi per lasciare tutta la luce al luogo. Bello, bello. 

«La felicità del lupo», 2021, di PAOLO COGNETTI, ed. Einaudi, 2021, pag. 152, Euro 18,00.

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