La guerra silenziosa

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Da ormai un anno esatto un efferato conflitto civile dilania l’Etiopia, paese dove si colloca sulla culla della razza umana. È una guerra silenziosa, nascosta, nonostante le migliaia di morti e i milioni di sfollati. Perché parlo di guerra silenziosa? Sarebbe facile spiegare questo silenzio con il classico disinteresse occidentale, ma ci sono altri fattori coinvolti – fattori che ci portano a interrogarci su come percepiamo gli eventi nel mondo. 

A dare inizio alle ostilità è stata una vecchia conoscenza della politica etiope, sebbene attribuire colpe sia difficile. Parliamo del fronte popolare per la liberazione del Tigré, che governò il paese per 27 anni dopo aver sconfitto la giunta militare del Derg nel 1991. Dal 2018 fanno parte dell’opposizione al governo federale di Abiy Ahmed, mantenendo comunque ampio supporto e potere politico nella regione del Tigré.

Il governo Ahmed, che io stesso ho encomiato in un articolo di qualche tempo fa per i suoi risultati nella normalizzazione delle relazioni tra Etiopia e Eritrea, ha lanciato una serie di ambiziosi progetti volti a federalizzare il paese e consolidare il potere in mano a un blocco democratico. (leggi qui sotto)

Per distanziare la nazione da politiche interne etnonazionaliste, Ahmed ha fuso la maggior parte dei partiti esistenti (molti dei quali regionalisti e costituiti su base etnica) nel nuovo “partito della prosperità”, che ad oggi egemonizza la politica etiope. 

Il FPLT (acronimo di Fronte Popolare per la Liberazione del Tigré) ha rifiutato di unirsi a questa nuova coalizione, cosa che già rese difficoltose le relazioni tra le due entità politiche. In seguito alla posticipazione delle elezioni per via del Covid, voluta da Ahmed, il partito tigrino ha accusato il primo ministro di detenere il potere in modo illegittimo. Nel settembre 2020, contro il volere del governo centrale, il FPLT ha tenuto ugualmente elezioni regolari. Queste elezioni, considerate illegali dal governo Ahmed, hanno spinto le due parti a venire alle armi. 

In seguito a rapide vittorie iniziali da parte di Etiopia e degli alleati Eritrei, l’instabilità e divisione del governo hanno iniziato a farsi sentire, così come l’impopolarità delle riforme federaliste che hanno privato molte popolazioni di una rappresentanza in governo. Il FPLT ora guadagna terreno, marciando verso la capitale Addis Abeba, e altre forze si sono unite alla lotta – in particolare movimenti etnici, come l’esercito di liberazione Oromo e il fronte di liberazione Gumuz. 

Ma perché di questa guerra si parla così poco? L’Etiopia, con 115 milioni di abitanti, è una nazione più popolosa di ogni paese nell’UE. Perché non arrivano documentazioni, informazioni o aggiornamenti?

Un ruolo importantissimo lo gioca l’infrastruttura per le telecomunicazioni. L’Etiopia è un paese povero, e l’infrastruttura necessaria all’approvvigionamento energetico e alla connessione telefonica/internet dipende da Addis Abeba. Una delle prime mosse del governo Ahmed è stata proprio di tagliare l’accesso a internet delle zone interessate dal conflitto, causando un silenzio radio quasi totale – perfetto per celare le numerose atrocità commesse da e contro un governo che ha come obbiettivo dichiarato una modernizzazione che lo porterebbe a essere più accettato e legittimo ad occhi occidentali. 

Un fenomeno simile si verifica da tempo nella vicina Eritrea, stato totalitario che impedisce alla popolazione qualsiasi comunicazione con l’esterno – rendendo il paese la dittatura più nascosta al mondo. Ciò che è importante capire è l’importanza del controllo dei canali di comunicazione, specialmente internet, per quanto concerne l’informazione nel mondo moderno. Siamo convinti di avere sempre un canale aperto, capiti quel che capiti, ma il controllo governativo dell’accesso a internet permette di silenziare intere popolazioni senza che il mondo se ne accorga. Pare sia successo anche durante le proteste BLM negli stati uniti, dove alcuni attivisti hanno osservato strani “vuoti” nel flusso di informazioni dei social media in determinate zone e periodi dove sono anche stati segnalati abusi e violenze da parte della polizia (NdR: queste informazioni non sono confermate da fonti ufficiali).

In secondo luogo, la situazione politica rende molto difficile ai media occidentali prendere parte, tantomeno difendere il governo Ahmed. L’interesse geopolitico è ovvio: il FPLT è comunista. Dall’altro lato della medaglia c’è l’alleanza di Ahmed con il violentemente oppressivo e totalitario governo Eritreo, nonché la repressione armata di gruppi etnici minoritari – gruppi che hanno scelto di combattere al fianco del FPLT. La soluzione? Semplicemente, non parlarne. 

Dalla tragedia etiope possiamo però imparare qualcosa: Internet non è la piazza neutrale e trasparente che ci era stata promessa, e in tandem con gli interessi dei media e di chi li controlla, può alterare pesantemente la nostra percezione degli eventi. 

Tutto quello che noi inetti europei possiamo fare è rimanere nell’ignoranza, sperando che un giorno quei “paesi disastrati” possano trovare pace. 

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