L’incazzatura di Piero Angela

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Leggo di una eclatante sfuriata di Piero Angela – incisivo divulgatore compassato ed educato – nella marea di amatriciane e di code alla vaccinara di un ristorante romano. L’anziano divulgatore scientifico si è alterato nei confronti di un cameriere che si era bellamente impippato del dovere di chiedergli il green pass. Un chiacchieratissimo caso che resta comunque la punta dell’iceberg della superficiale e quasi irrisa applicazione di certi comportamenti fondamentali per la pubblica salute.

E il mite quasi novantaduenne ha deciso alla fine di cambiare la sigla di Quark ,rilassante e ampia come il corso della Moldava, passando dalla familiare aria della suite numero 3 in re maggiore di Johann Sebastian Bach alla sinfonia gridata  numero 1 in fa accusatore di uno stentoreo  ” Bang, crash” , alitato a debita distanza al gestore di una rinomata trattoria, del tutto indifferente del protocollo dettato dai comandamenti anti Covid: 

“I gestori devono tutelare la salute dei loro clienti e se ciò non avviene, sta a noi segnalarlo. Parlare di protezione nei luoghi pubblici  è altamente inutile, se poi non si procede al controllo”.

Parole sacrosante e quasi accorate quelle del “familiare docente scientifico ” più amato dagli italiani, ideatore di costruttive trasmissioni che riescono a inoculare una didascalica quanto esaustiva dose di informazioni e di nozioni apparentemente ostiche, sull’onda di una comunicazione pacata e attrattiva, di stile vagamente anglosassone.

La sfuriata del venerabile giornalista, scrittore e saggista dovrebbe fungere da potente pungolo , soprattutto basando le sue ragioni sul postulato che recita : “Nessuno dovrebbe vergognarsi di chiedere di far rispettare le regole”.

L’ Angela ,opportunamente convertitosi in temporaneo diavolo, sollecita con vigore antico una pragmatica e sana dose di intransigenza terapeutica per “non farci travolgere dalla quarta ondata e le nostre attività devono essere efficienti, i turisti non devono avere paura ad entrarci, le famiglie devono poter trascorrere in serenità il tempo libero. Abbiamo sofferto abbastanza”.

Pare che l’episodio romano si sia risolto con una parziale esternazione di pentimento da parte del personale del ristorante che ha ricominciato di botto, al termine del salutare cicchetto, a chiedere ai commensali l’esibizione del certificato verde che attesta la vaccinazione, la guarigione o la negatività al tampone.

E se da un paio di tavolate occupate da pseudo negazionisti, un tantino bercianti e polemici nei confronti del grande uomo che ha portato sui divani degli italiani gerle di conoscenze aggiunte, è sgusciato un infastidito e volgare brusio di dissenso, ciò non è bastato ad affievolire il sostanziale valore di una lezioncina civica.

E levando la forchetta da un piatto di trippa trasteverina, concluderei con una emblematica frase pronunciata dal pugnace e intelligente figlio del medico antifascista Carlo Angela, insignito della medaglia dei Giusti tra le nazioni: 

“I negazionisti? Non saprei se sia utile trattarli come somari e chiuderla lì. Meglio cercare di convincerli, insistere fino in fondo. In ogni caso, chiaro, più di tanto non si può fare. Se ti butti dalla finestra rischi di farti male. Molto male. Dopodiché, se proprio non vuoi sentir ragioni, che ti devo dire? Buttati, purché tu non  coinvolga gli altri”

L’ esercizio della persuasione è arduo quanto la pratica della sopportazione e nel giusto dosaggio sta il segreto della paziente saggezza. 

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