Morto il macellaio di Gwangju

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Giunge dalla Corea del Sud la notizia della morte dell’ex dittatore militare Chun Doo-Hwan, tristemente noto come il ” Macellaio di Gwangju”. L’ex dittaore sudcoreano è arrivato ai 90 anni ma la non venerabile età a ben poco è servita a scalfire nel tempo il terrificante ricordo della sua scellerata crudeltà , disseminata in un Paese azzerato nel diritto fondamentale del dialogo e dell’opposizione.

Quello che poi fece per reprimere in un oceano di sangue una rivolta  in una città del sudovest, resta una vergognosa ignominia che lascia la perplessità del perdono.

Le giovani e le medie generazioni ricorderanno forse ben poco quel Chun Doo-Hwan – candidamente musicale nell’ onomatopeica gentilezza che sgorga dalla sua pronuncia – che prese il potere a seguito di un truculento colpo di stato militare nell’ormai lontano 1979, supervisionando un traumatico golpe carico di soppressioni ben articolate nell’avvento di una dittatura sempre più asfissiante , sino a scarnificare qualsiasi tipo di manifestazione che reclamasse democrazia.

Dentro due righe sta racchiusa la comunicazione del suo decesso “Il presidente-dittatore che governò la Corea con il pugno di ferro durante tutti gli anni ’80, si è spento ieri mattina alle 8.40 nella sua casa di Seul. Aveva 90 anni ed era malato da tempo”.

E qui scatta il problema morale: ha un senso etico applicare il sentimento dell’indulgenza nei confronti 

di un anziano minato nella salute, così fragile in una recente immagine che lo ritrae percorso da una ridda di rughe che sovrastano una mascherina ?

Il quesito affonda le radici nell’energia del tempo che scorre , dando in genere colpi di spugna a destra e a manca, con ampie gesta che evocano una sorta di assoluzione suggerita dal potere incontrastato dell’oblio che si comporta come un’alta marea.

Ma la risposta ritrova un guizzo di orgoglio e di onestà , restituendoci il dovere di conservare la antica indignazione, la totale condanna e l’ inamovibile vigore dell’equità nei confronti di un despota malefico, morto nel suo letto dopo una esistenza putrescente, segnata da una sacrosanta condanna a morte nel 1996  per sedizione e ammutinamento e seguita da una intempestiva grazia che offendeva la mattanza di Gwangju .

Avevo ai tempi poco meno di trent’anni e rammento perfettamente i frammenti di informazione che sdrucciolavano dentro poche stringate frasi. Era il mattino di un maggio del 1980 e davanti all’entrata della Chonnam National University un ingente gruppo di studenti e professori stava animando una manifestazione di protesta nel nome di riforme democratiche che invocavano la possibilità di ricostituire le unioni studentesche e la soppressione della legge marziale.

I manifestanti di Gwangju vennero dapprima isolati grazie a una drastica operazione di polizia ribattezzata con il civettuolo codice di “Lavish Holiday” per poi subire una decimazione grazie anche a una lunga teoria di carri armati che non spararono fiori esplodendo centinaia di devastanti cannonate.

Il bilancio, poiché gli ammazzamenti esigono spesso algide rendicontazioni , parlò di circa 2000-3000 vittime e l’approssimazione lasciò spazio alla fantasia di chi si accingeva a piangere i suoi caduti.

Nel potente e quasi disturbante romanzo “Atti umani” scritto dalla coreana Han Kang , scorrono fra le pagine storie di personaggi che narrano l’enormità dell’evento di una insurrezione affogata in una strage.

E qualcuno ha parlato di “Polifonia del dolore” , commentando un fatto storico quasi sottratto alla conoscenza della cultura occidentale ma assolutamente fondamentale per le successive vicende del riscatto della Corea del Sud.

L’ecatombe accumulò montagne di corpi non riconosciuti e non riconoscibili, sepolti alla meglio in capaci fosse comuni nelle campagne della periferia della città dove cominciavano le languide fioriture della primavera.

Molti fra i sopravvissuti subirono la detenzione per mesi , sistematicamente torturati per estorcere confessioni che puntavano all’incriminazione.

E in una palestra, trasformata in ginnico obitorio, troppo lunga risultò la fila dei familiari che sciamavano per riconoscere i propri ammazzati, per ripulirli dalle brutture delle mortali ferite prima di assicurare loro una sepoltura senza violenze.

Ecco perché la morte di un novantenne sterminatore di creature inermi non ha il potere di commuovermi né di innescare una procedura di parziale riscatto a fronte l’accumulo di un monumentale debito.

E idealmente, a sepoltura ultimata, mi piacerebbe apporre sul suo sconsacrabile tumulo la testimonianza  di un universitario seviziato, a imperitura memoria : “Era una comunissima biro, una Monami nera. Mi allargarono le dita, me le accavallarono torcendole e ci misero in mezzo la penna. La mano sinistra, naturalmente. Perché la destra mi serviva per scrivere la confessione. All’inizio era più o meno sopportabile. Ma dato che ogni giorno mi ficcavano quella penna nello stesso identico punto, ben presto la pelle si scorticò lasciando esposta la carne, e dalla ferita prese a colare sangue mescolato a secrezioni”.

E’ morto Chun Doo-Hwan, dittatore quasi centenario e mi domando perché , semplicemente per il giusto codice delle cose che abbiano un minimo significato, non sia morto molto ma molto prima.   

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