Quell’ingiustizia lasciata fuori

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Sabato circa 200 persone si sono riunite a Lugano per partecipare al funerale della giustizia, organizzato dal collettivo “T’aspetto fuori” in merito al prospettato decreto d’abbandono sulla demolizione dell’ex Macello. Caso chiuso quindi, ma non per una parte della popolazione, che ancora cerca chiarezza sui fatti avvenuti la sera del 29 maggio scorso.

Una corona di fiori, diversi lumini votivi e una bara nera, con una coccarda che recita: “È stato bello”. Il feretro lasciato lì, in Piazza della Riforma, proprio davanti alle porte del Municipio di Lugano. Disposti in cerchio attorno ad esso una discreta folla di persone. 

Qualcuno prende sul serio la messa in scena dell’ultimo saluto, mostrandosi con un viso duro, a tratti corrucciato. Altri invece sorridono, ci scherzano sopra, addirittura c’è chi fa finta di piangere lacrime amare. 

Alla “non manifestazione” anche diversi cartelli con messaggi quali “R.I.P giustizia ticinese” o ancora “È questo l’esempio che vogliamo dare ai nostri giovani? La legge è uguale per tutti…” e, anche facendo un giro fra le impressioni della gente le idee sembrano essere nette: “Oggi noi siamo qui e ci la ridiamo, ma quello che sta succedendo è molto preoccupante”, afferma una signora. 

“Non c’è reato? Va bene, però ci devono ancora spiegare come è stato possibile che un esecutivo, o chi che sia, ha potuto buttare giù uno stabile così, nel cuore della notte. Che è successo? L’ex Macello l’ha buttato giù il vento ?”, esclama un uomo che si stringe dentro il suo piumino. 

E ancora, un giovane ragazzo, mentre insieme ci incamminiamo col corteo funebre verso via Pretorio: “Non sono soddisfatto delle risposte che fino ad ora ci hanno dato. Prima dicono una cosa, poi ritrattano, poi si contraddicono. Stanno facendo passare un brutto messaggio. Mi sento preso in giro e poco fiducioso verso le autorità”.

Punti di vista, certo, che possono essere condivisi come anche disapprovati. Ma l’ascolto è necessario, poiché l’evento, seppur folkloristico e “grottesco” nel fingere un funerale, è la manifestazione di un malessere da parte di una comunità.

La (in)giustizia fuori

I processi non si fanno nelle piazze, ma nelle aule di tribunale. È un concetto che anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo più volte ribadito. 

E il perché è presto spiegato; il popolo reagisce d’istinto e ragiona, il più delle volte, di pancia. Non ha una conoscenza a 360 gradi di quanto successo, ma quei dettagli, pizzicati qua e là dalle pagine di giornale, o dalle voci di corridoio, bastano all’opinione pubblica per formare un determinato pensiero.

Ma questo non significa ignorare il sentimento della gente, e di ciò che reputa e sente giusto oppure sbagliato. Perché esiste la giustizia “istituzionalizzata”, quella fatta e imposta dall’organo giudiziario, quella che si compone di leggi, codici e norme scritte, ed esiste anche il senso di giustizia, che tocca il singolo individuo ed è un qualcosa di interiorizzato, quasi naturale, istintivo nell’uomo. 

Ecco, forse il decreto d’abbandono deciso dal Procuratore generale Andrea Pagani ha saziato la prima giustizia, ma la seconda, no.

E così, l’ultimo saluto a quella che fu la Giustizia ticinese, viene fatto davanti al Palazzo di giustizia, con la posa della cassa tinta di nero. 

Da una parte le autorità, per cui il caso è chiuso. Dall’altra la gente, che si sente ancora ferita, e reclama a gran voce maggiore onestà, chiarezza, senso del dovere.

Perché l’ingiustizia è stata lasciata fuori. 

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