Wilde, Oscar degli aforismi

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Il 30 novembre del 1900 se ne andava Oscar Wilde, scrittore, poeta, saggista e giornalista irlandese dell’età vittoriana, dandy dell’edonismo che aveva tanto amato ribaltare e stravolgere in ogni suo scritto, con la forza demolitiva del talento dissidente. 

Quanto era stato bello per Oscar, smontare il giocattolo delle parole simbolo di una società ingessata dentro troppe stecche di balena, punzecchiando il mostricciatolo delle retoriche convenzioni di falso perbenismo e di sbandierata filantropia, languenti in una enorme bolla di mancanza di immaginazione.

Come non si può evitare di approdare – almeno nell’occasione delle date che si incrociano nel tempo- sull’isola di Wilde, dove ancora migliaia di aforismi maturano al sole, su alberi dalle sconfinate foglie e dai rami nodosi, così adatti a tramutarsi in randelli per certi uomini politici cui l’epico Oscar suggeriva di parlare almeno un paio di volte per settimana di morale a un “pubblico vasto, popolare e immorale” per scansare l’unica alternativa che sarebbe poi loro rimasta , quella di dedicarsi corpo e anima “alla Botanica o alla Chiesa”.

Sul suo isolotto, così debordante di frasi secche e brevi, costruite con poche sapienti parole che suggeriscono una verità intera o parziale, un principio di vita o una osservazione rigenerante , non è raro passeggiare soffermandosi a rimirare il paesaggio delle stoccate che si intrecciano rigogliose sui mille temi dell’esistenza: la bellezza, l’arte, la famiglia, il crimine, la gola, l’amicizia, la morale, il lavoro, le maschere e lo specchio, il tempo, la vecchiaia e la morte.

E allora spigoliamo per l’ennesima volta, cercando di evitare una improvvisa tempesta di noci di cocco che cascano alla rinfusa colpendo le teste dei miliardi di opportunisti plagiatori di aforismi. Espropriatori infilati di straforo nei messaggi degli innamorati, nelle riflessioni dei finti filosofi, nella prosopopea dei politici gonfiata a petto di tacchino, nelle chiacchierate da salotto fra presunti intellettuali, nei discorsi ufficiali di oratori incapaci di eccitazioni se non ricorrendo a terapeutiche citazioni.

Intanto la sagoma di Dorian Gray appare e scompare fra il folto coagulo di spinosi arbusti e si sovrappone, con inquietante esattezza, lungo i contorni del suo geniale creatore: echeggiano suggestioni di ribaltate meditazioni e di inaspettate invenzioni, di argute ponderazioni e di svettanti riflessioni.

Un tizio con una barchetta sgangherata sta remando nella mia direzione perché è giunta l’ora di salutare quel lembo di terra dove nel frattempo si sono levati, sotto la magia di un sagace coreografo, nugoli di aquiloni.

E ogni uccello di carta colorata reca una scintillante espressione o una inaspettata considerazione: 

“La puntualità ruba il tempo” , “Si dice che gli americani buoni, quando muoiono, vadano a Parigi , e che quelli cattivi, quando muoiono, rimangano in America” , “Basta migliorare una persona, per rovinarla” , “Oggigiorno si conosce il prezzo di tutto, e il valore di niente” , ” La vera tragedia dei poveri è che non possono permettersi altro lusso che il sacrificio” , “Il fondamento di ogni pettegolezzo è una certezza immorale” , “La morte e la volgarità sono le uniche due realtà che il diciannovesimo secolo non è riuscito a spiegare”.

E mentre il tizio rema riconducendomi sulla terra ferma, mi chiedo quale sia la procedura per un referendum popolare che proponga di attribuire a Oscar un altro strameritato Oscar.

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