Arancia meccanica, qui e ora

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Era il 19 dicembre del 1971, quando a New York venne proiettato in anteprima il nono film di Stanley Kubrick. Per la verità non fu una serata memorabile. Il pubblico accolse tiepidamente la pellicola, tanto da indurre Kubrick e la Warner Bros a rimandare di qualche mese l’uscita nel resto del mondo. Eppure, a cinquant’anni di distanza, questo gioiellino del regista statunitense conserva intatta tutta la sua potenza e la capacità di restituirci un mondo in cui la violenza è, sì, il pane quotidiano di Alex e dei suoi drughi, ma anche uno dei pilastri sui cui si poggia la società. E rimane una metafora quanto mai attuale del presente.

“Eravamo seduti nel Korova milkbar arrovellandoci il gulliver per sapere cosa fare della serata. Il Korova milkbar vende latte+, cioè diciamo latte rinforzato con qualche droguccia mescalina, che è quel che stavamo bevendo. È roba che ti fa robusto e disposto all’esercizio dell’amata ultra-violenza”, si apre così Arancia meccanica. Con queste parole. E su di un lungo piano sequenza con una carrellata all’indietro che parte dalla faccia di Alex, protagonista del film. Il suo sguardo è inquietante. Giusto per intenderci, ricorda molto da vicino quello del Jack Nicholson di Shining. Alex ha un occhio truccato e l’altro no. 

Quello degli occhi è un dettaglio che già ci dice moltissimo del racconto che Kubrick ci restituirà nelle oltre due ore di film che seguiranno. Da una parte la natura, l’istinto, dall’altra la regola, la convenzione sociale, la cultura. Due mondi in conflitto. Ma anche vicini. Entrambi imbevuti, permeati dalla violenza come strumento per affermare il proprio primato. Violenza che attraversa tutto il racconto per immagini messo in scena per il grande schermo da Kubrick, adattando il distopico romanzo omonimo di Anthony Burgess, pubblicato per la prima volta nel 1962 e tradotto in italiano con il titolo “Un’arancia a orologeria”. 

La storia è quella di Alex, un giovane senz’arte né parte, i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultra-violenza e Beethoven. Dedito a furti, stupri e omicidi Alex è a capo dei drughi, una banda di spostati che lo seguono in tutto e per tutto. Dopo aver stuprato la moglie di uno scrittore finisce Alex però dietro le sbarre. Pur di essere scarcerato accetta così di sottoporsi alla “cura Ludovico”, in pratica una specie di lavaggio del cervello, di ricondizionamento della personalità fatto attraverso la visione non stop di filmati carichi di violenza. Una volta fuori di prigione, Alex però non ritrova ciò che aveva lasciato. Ed è lui stavolta la vittima. 

Arguto. Divertente. Musicale. Eccitante. Bizzarro. Politico. Entusiasmante. Spaventoso. Metaforico. Comico. Sardonico. Sono gli aggettivi scelti all’epoca per il trailer di Arancia meccanica, un’opera che rimane ancora oggi attualissima. All’uscita nelle sale di tutto il mondo, pubblico e critica si divisero. Per molti un capolavoro, per altri un film spregevole per via delle troppe scene di violenza che si susseguono senza sosta. La protesta, le numerose denunce e qualche clamoroso caso di emulazione delle malefatte dei protagonisti, riempirono le pagine dei giornali, ma tutto questo non fece altro che far crescere la curiosità nel pubblico che premiò il film al botteghino, facendo sì che i due milioni spesi per produrlo ne fruttarono più di cento.

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