Desmond Tutu: in nome della pace

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Un ponte può esser fatto di ferro e pietra ma anche di carne e ossa. Infatti, anche gli uomini possono essere connettori fra culture e tradizioni diverse, fra il mondo degli oppressi e quello degli oppressori, fra disgraziati e privilegiati, fra Cielo e Terra, fra politica e diritti civili. Desmond Tutu, nel suo essere lottatore, persona di fede, simbolo e bussola morale, lo è stato per il Sudafrica, e non solo. 

“Tata” Desmond Tutu se n’è andato nella giornata di Santo Stefano, a 90 anni, stroncato da una malattia che lo accompagnava da anni. L’Arcivescovo anglicano e premio Nobel è stato – insieme a Nelson Mandela – in prima fila nella lotta alla segregazione razziale.

Liberatore dall’apartheid, ma anche riconciliatore di quella nazione, il Sudafrica, rimasta – dopo la morte di Mandiba – nuovamente orfana della sua guida spirituale. 

“Mi piacerebbe saper tacere, ma non ne sono capace e non lo farò”

La scesa in campo del pastore inizia a metà degli anni ’70, quando i leader per i diritti dei neri erano reclusi in cella o posti in esilio. Era il 1976 e fra le strade di Soweto, l’immensa baraccopoli di Johannesburg, scoppiarono numerose proteste. Gli scontri coinvolsero gli  studenti e gli insegnati che protestavano contro la politica segregazionista del National Party, il partito degli afrikaner nazionalisti a capo del governo.

Mentre la polizia soffocava il dissenso col sangue, nella chiesa Regina Mundi di Soweto, Tutu si faceva megafono di quella maggioranza oppressa. E lo fece, sfruttando la sua posizione di religioso.

Le messe non erano semplici funzioni religiose. Dal pulpito, oltre alla parola del Signore, egli predicava alla ribellione pacifica e alla speranza. I versetti della Bibbia, che per secoli erano stati utilizzati dal potere bianco e razzista per sottomettere e schiavizzare gli “altri”, erano ora la chiave che permetteva ai neri di liberarsi dalle catene. Non era solo religione. Era un vero e proprio atto politico. Una lotta per i diritti.

“Se vuoi la pace non parli con gli amici, ma con i nemici”

Il suo attivismo politico lo porterà, nel 1984, a ricevere il Nobel per la Pace, e a creare successivamente la Commissione della verità e della riconciliazione. Ma nonostante il grande prestigio, colui che in tanti hanno definito “bussola morale” non perderà mai la sua, di bussola.

Sempre coerente e schietto come pochi, Tutu non tradì mai i suoi ideali pacifisti. Ecco perché quando le township iniziarono a rispondere ai violenti soprusi con altrettanta violenza, l’attivista non si tirò indietro nell’impedire il linciaggio di coloro che venivano additati come collaboratori del regime. “Non comportatevi come loro. Abbiamo tanti motivi per odiare, per volere il sangue dei bianchi, dopo quello che abbiamo subito dall’apartheid. Ma non dobbiamo essere come loro”, ammoniva.

Arrivò anche ad annunciare pubblicamente che non avrebbe più votato per l’African national congress, il partito che ha guidato il movimento di liberazione e che oggi governa in Sudafrica da più di 20 anni. 

Negli ultimi anni, l’Arcivescovo era diventato una voce critica nei confronti dell’ANC, denunciando fortemente tutte le derive dei successori di Mandela.

Corruzione, smanie di potere e ricchezza degli ex liberatori che, con la scusa dell’oppressione subita, si arrogavano il diritto di fare tutto ciò che volevano. 

La nazione arcobaleno

Una “nazione arcobaleno”, così se la immaginava Desmond Tutu il Sudafrica, e così sognava che diventasse. Un gomitolo armonioso di volti, culture, sfumature ed etnie – tutte diverse – che abitavano pacificamente insieme nel paese. 

Ma non solo per il colore della pelle lottava. No, Tutu combatteva per tutti: per i malati di Aids e di tubercolosi, per gli omosessuali e transessuali, per i diritti delle donne e pure in favore dell’eutanasia. 

Perché un ponte può esser fatto di ferro e pietra ma anche di carne ed ossa. Ma può nascere anche dall’incontro fra acqua e luce, come a formare un arcobaleno. E, nella sua nazione arcobaleno, ponte sospeso fra mondi, credi, idee e persone differente, c’era – e c’è – spazio per tutti. 

Speriamo che il Sudafrica, possa continuare a poggiar piedi su questo ponte. E anche noi.

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