Domenico Starnone e quella “vita mortale e immortale”

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«Vita mortale e immortale della bambina di Milano»: un gioiello di rara purezza. Domenico Starnone sa affrontare tanti temi, ognuno con la sua giusta misura, per poi equilibrarli alla perfezione in una storia bella e poetica.

Finale in gloria per il 2021 letterario. Un libretto dal titolo che sembra rubato alla favolistica infantile («Vita mortale e immortale della bambina di Milano») e dalla copertina che diventa sempre più bella con più la si guarda. Un libretto scritto da Domenico Starnone, scrittore napoletano già premiato dallo Strega (con «Via Gemito», un punto fermo della letteratura degli ultimi anni) e più volte «accusato» di essere lui la fantomatica Elena Ferrante. Un libretto che si apre quasi con nonchalance, ma poi … . Poi lettura facendo si scopre un gioiello di unica bellezza. Perché racchiude tanti colori, tante storie, tanti respiri. E’ un romanzo di formazione, ma anche di meditazione sulla vita e sulla morte, sull’amore spietato e sprecato, sul conflitto generazionale. Una favola con tanto di elemento magico vissuto da due bambini ma ricordato solo da uno, e quando adulto. Eppoi, e ancora!, una riflessione sulla lingua, sull’importanza dei dialetti. Davvero uno scritto pregno di contenuti ed emozioni.

La storia è di un bambino, Mimì, che spia una sua quasi coetanea (ha un anno in più) del palazzo di fronte mentre volteggia, o tenta qualche passo di danza. Ai suoi occhi una visione che azzera tutto il resto per aprire l’immaginazione, la fantasia. Una magia. Per conquistarla, e stiamo scrivendo di un bambino di 8 anni, è pronto a tutto, sfide temerarie comprese contro il «presunto» nemico, un suo quasi amico coetaneo : «noi giocavamo a uccidere e essere uccisi su concreti sfondi domestici, per strada, nel cortile, in una pericolosissima confusione tra realtà e finzione». Quello con la dirimpettaia è un gioco di sguardi infinito, che lascia e lascerà il segno.

Ma poi, e soprattutto, la «Vita mortale e…» trova la sua enorme anima nella nonna di Mimì, nel loro rapporto così squilibrato (lui nemmeno la degna di considerazione mentre lei assume persino tutte le colpe del piccolo) e così vero. La relazione è malata ma sarà decisiva, perché questo amore unilaterale e infinito troverà beatificazione intima postuma: solo quando sarà tardi Mimì capirà che, una volta fuori dal garbuglio della matassa dell’infanzia «quel poco di vivo che facciamo vivendo resta fuori dalla scrittura, i segni sono costituzionalmente insufficienti, oscillano tra commento e sgomento». Un romanzo di profondità, che non smette di stupire. Ad esempio nella sua seconda trova risalto un altro aspetto che, a parere di chi scrive, dà ulteriore spessore al tutto: l’amore per la lingua, o meglio per i suoi suoni (ne sono l’anima profonda). Nei suoi studi di dialettologia (papirologia e glottologia) Mimì trova risposte a domande che sempre lo hanno assillato, quelle suggerite e imposte dalla bambina di Milano e dalla nonna.

Una chiusura magica che fa del romanzo di Starnone un Grande Romanzo: «La vita mortale e immortale della bambina di Milano» da narrativa si trasforma in letteratura.  Perché c’è il giusto spazio per i ricordi, l’oralità, l’emigrazione, la poesia, la passione per le cose speciali. Tantissimo per le poche 145 pagine.

«Vita mortale e immortale della bambina di Milano», 2021, di DOMENICO STARNONE, ed. Einaudi, 2021, pag. 145, Euro 16,50.

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