Il Cile di Boric nelle notti di Jara

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La vittoria di Gabriel Boric in Cile, è l’occasione per tirare le somme, per ricordare, per capire il perché in Cile, le questioni politiche esacerbano gli animi. Victor Jara, cantautore amato ed eliminato dal regime, brilla ora di luce propria, muto spettatore di una rivalsa necessaria e doverosa.

17 anni di dittatura, una diaspora cilena radicata ormai all’estero, la sanguinosa repressione di Pinochet, sostenuto dagli Usa, un dittatore che aveva legami con le destre europee, basti solo pensare all’amicizia con il primo ministro inglese Margaret Thatcher o con il papa Karol Wojtyla, hanno incancrenito il clima del paese.

La “sconfitta” alle elezioni di Pinochet nel 1990, ha lentamente portato il pese claudicante e timoroso verso una democrazia, che si è rinsaldata solo ultimamente, dopo essersi scrollata di dosso le ultime bave di un regime orrendo e cupo. (leggi qui sotto)

E se in Italia non si attenua la polemica attorno cocente delusione delusione di un Salvini che sino all’ultimo ha scompostamente tifato per il candidato Kast così seducente per le sue riverenti nostalgie nei confronti di Pinochet, resta la consolazione di una nazione che sta riossigenando con ardore le veementi parole  dei canti di quel Victor Jara che nel 1969 ritmava “Oggi è il tempo che può farsi futuro”.

L’indimenticato Victor Lidio Jara Martinez, cantautore e poeta cileno, splendido frutto di una famiglia contadina, musicista nato dallo spartito delle zolle che si dissodano con la schiena inarcata, intelligente regista teatrale arrestato nella frazione di un lampo seguito dal tuono del colpo di stato con cui il “prode” Pinochet inondò di sangue il governo di Salvador Allende.

Le immortali strofe di Jara, armoniche fondamenta del movimento della “Nueva Canciòn Chilena”, restituiscono la suggestione dei brividi dello scontro di classe, rigurgito ineluttabile fiondato dalle ingiustizie e riascoltando sino allo sfinimento “Plegaria a un labrador” sempre di più si decifra la forza di una preghiera dirottata dalla incerta dimensione di una entità metafisica verso la carne sfinita e le callose mani del modo operaio e contadino, incitandolo a sgombrare la madre Terra dalla soverchieria con l’uragano dell’idea rivoluzionaria.

Il cadavere di Victor, ucciso nel settembre del 1973, venne ritrovato scavando fra i meandri di una montagna di cadaveri di studenti e lavoratori, dapprima brutalmente stipati nello Stadio Nazionale di Santiago e poi sistematicamente massacrati dagli zelanti ufficiali del mefitico regime. Il suo corpo era ridotto a un grumo deformato da decine di sapienti tagli e i fori dei proiettili erano tanti quanti gli spartiti di una vita.

E le sue dita, percorse dalla spessa tripla pelle del chitarrista, vennero animosamente troncate  con il calcio di una pistola perché un reazionario che suona sino all’ultimo, per rincuorare i compagni di prigionia, merita punizioni esemplari anche da morto, a futura memoria.

Il fatto è che una voce non si può sopprimere né soffocare quando si è ormai accoccolata nei cuori della gente che ascolta, ospitandola come un pulcino da scaldare con costante amore.

Il compito di Gabriel Boric, neo presidente cileno, sarà forse meno gravoso ascoltando il fluire delle parole racchiuse nella “Zamba del Che” o gli accordi che si schierano nella salvaguardia dall’imperialismo dentro il “El Derecho de Vivir  en Paz“. (ascolta qui sotto)

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