Il principe e l’operaio infelice

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Il principe Harry pare vivere un periodo di ubertosa ispirazione sociologica e filosofica, soprattutto dopo la conquista della ambitissima cover di “Time” dove il membro pseudo scisso della royal family anima un ispirato ritratto con la sua effervescente Meghan.

Mentre il Daily Mail, con una serrata ed esasperata cadenza da pruriginose spiatine attraverso il buco della serratura, computa e rettifica il monte patrimoniale dei duchi del Sussex, privilegiando nelle chicche da salotto l’empowerment femminile che si misurerebbe dal processo di crescita del valore del parco gioielli , dove la fa da padrone l’anello di fidanzamento  che un giorno varrebbe 300.000 dollari per valerne  e l’altro non meno di 350.000 .

Prendendo atto che certe volte i tabloid la tirano troppo lunga, inseguendo lo scorrere delle lancette dell’orologio Cartier stimato 25.000 sterline e non se ne parli più, ci apprestiamo a commentare la corposa intervista rilasciata da colui che ha sancito l’addio ai titoli della famiglia Reale, forieri di alterni disturbi emotivi figli delle pressioni dovute alla irritante e protocollata vita di Corte.

Alla rivista economica statunitense Fast Company, l’aspirante alla nuova carriera di “Life Coaching” ha rivelato le sue opinioni sui temi del lavoro e della felicità, tuffandosi con disinvoltura nei risvolti dei condizionamenti che si intrecciano tra necessità e scelta, tra soddisfazione e frustrazione, tra realizzazione e demotivazione.

Il figlio di Carlo e Diana ha clamorosamente rispolverato l’enunciato che determina la raccomandazione di “lasciare un lavoro qualora esso non renda felici” , glossando il senso della frase con profonda principesca introspezione:

 “Ho scoperto di recente che molte delle dimissioni dal lavoro non sono negative, ma è un segno del fatto che con la consapevolezza di sé arriva il bisogno di cambiamento”.

Nell’aggregato delle riflessioni riguardanti la correlazione quasi univoca tra la qualità del lavoro e  della sua stabilità, Harry The Harry ha rimarcato che il benessere economico non va spesso di pari passo con le esigenze di una complessiva serenità psicofisica che si traduce in pura espressione delle proprie potenzialità.

“Molte persone in tutto il mondo sono state bloccate in lavori che non hanno portato loro gioia e ora mettono al primo posto la loro salute mentale e la loro felicità”.

Ho deciso di leggere questa ultima frase, nei pochi istanti di frettolosa pausa, a un certo numero di lavoratori, giusto per raccogliere le loro opinioni .

Per la precisione, ho interpellato un salariato interinale con mansioni di scollamento del pietrame in ambienti sotterranei, un lavorante con quattro figli a carico operativo in una cava di ghiaietto coloratissimo, un manovale addetto alla manutenzione dei cassoni ad aria compressa, un apprendista incaricato a tastare le temperature degli altiforni, un garzone avviato alla lavorazione del vetro cavo, un contadino dedito alla mungitura giornaliera di 120 vacche da latte e uno sgobbone scaricatore di porto   

da quattro generazioni.

Questo dinamico drappello di stacanovisti ha tenuto a precisarmi che il livello di felicità deriva sistematicamente dalla lievitazione della pagnotta con un adeguato companatico e che il desiderio di cambiamento va a farsi fottere squagliandosi davanti all’imperativo categorico della prosaica esigenza di una decorosa sopravvivenza.

Il più arguto del gruppo, uno specializzando nella gestione dello svuotamento dei pozzi neri, si è permesso di chiedermi se al Principe Harry servisse un suo intervento nella villa di Montecito, con un carrello per liquami trainato da quattro cavalli bianchi.

Oddio, bianchi solamente prima del servizio.

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