India e lo strappo alle regole

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L’appello per India ha fatto il giro dei giornali. La giovane eritrea che con la sua famiglia si trova, come spesso accade, di fronte a una decisione di rimpatrio. Un copione purtroppo già scritto, lo avevamo visto con altri minori che erano integrati, facevano un apprendistato, avevano amici e partecipavano con gioia alla loro nuova vita svizzera.

Questo copione, trito come una ricorrente commediola dialettale è stato lo stesso per Mark l’ucraino, per Yasin l’Iraniano, per Arlind il bosniaco, per Bewar il curdo. Quanti di voi hanno raccolto firme, sono scesi in piazza, hanno solidarizzato per loro?

Persone. Amici. Vicini. Quello che ti tagliava i capelli, quello che rideva con te nel banco a scuola, quello che giocava a calcio con tuo figlio, quello che era il moroso di tua figlia.

Mica numeri, mica immagini sfocate su uno schermo quando si parla di profughi, ma persone.

Ma la Svizzera è più matrigna che madre. Non nascondiamoci dietro a un dito. Oggi, una docente, probabilmente esasperata dall’Ufficio della migrazione, prova a fare pressione, nei canoni concessigli dal suo ruolo, presso le autorità.

Lo fa con passione, con dolore, con grande dignità. L’appello di Dania Tropea chiede che India e la sua famiglia, che hanno depositato una domanda d’asilo dieci anni fa, possano restare. Dieci anni sono tanti eh? Soprattutto se sei arrivata qui bambina e questa è ormai la tua terra, con le tue amiche, il tuo lavoro, i tuoi studi. Parli meglio l’italiano del tigrino magari e sai di non essere né carne né pesce, figlia d’Africa e svizzera d’adozione. 

Dania e le amiche di India si erano già mosse nel 2019, erano andate fino a Berna, presso la sede della SEM. un migliaio di firme raccolte che andavano a infrangersi contro il muro di leggi che non lasciano spiragli.

E non è che la gente della SEM è per forza cattiva. Magari un funzionario, se potesse ti verrebbe anche incontro, ma i limiti crudeli e duri sono quelle delle leggi, leggi create da noi stessi che poi si schiantano contro l’affetto, quando capiamo che quelli che vengono espulsi non sono volti senza nome, ma amici. (leggi qui sotto)

Nel frattempo, in seguito al ricorso, sono passati altri due anni. Notevole e degna di grande rispetto l’ostinazione della signora Tropea, che porta un nome che evoca profumi lontani del mare di Calabria e l’odore del mirto tra le scogliere.

Dania Tropea, che supponiamo non sia una stupida, sa quanto sia difficile, praticamente impossibile, ribaltare una decisione della SEM. Lo sa ma combatte lo stesso per quella sua ex allieva, nel frattempo diventata amica. Lo fa perché c’è una vocazione che travalica il mestiere e che rende alcuni docenti amici e guide. Scrive ai media, Dania, che chiede uno strappo alla regola:

“ (…)Mi rifiuto dunque di considerare le persone che lavorano sulle richieste di asilo, un ambito così delicato, come dei semplici burocrati. Così come non mi sono mai ritenuta una mera esecutrice didattica (sarei in questo caso una pessima insegnante), altrettanto credo che le decisioni prese sui richiedenti l’asilo considerino l’impatto devastante che possono provocare sulla vita di esseri umani in situazioni tanto fragili.

Se una persona subisce una tragedia, merita di essere aiutata e protetta, sempre: questo dovrebbe essere uno dei capisaldi indiscutibili.

Il nostro paese, il nostro Cantone, ha i mezzi per ridare umanità a una situazione divenuta disumana: accordare il permesso di dimora, per caso di rigore, a India, alla sua mamma Munaja e a suo fratello Nurhusien. Dare loro la possibilità, finalmente, per cominciare davvero a vivere la vita.”

Uno strappo alla regola chiede Dania. Quello che fanno i padri e le madri, i maestri, i datori di lavoro con gli apprendisti. Gli strappi alla regola, cara Dania, mi premetta di solidarizzare con lei, li fanno le persone. Quelle che ragionano, provano sentimenti, capiscono che è nell’eccezionalità delle cose, nei cambiamenti che si costruisce il domani dei ragazzi. 

La burocrazia no: lei non è come la natura, non decide, semplicemente fa. Il sussidio o lo il terremoto seguono la stessa strada, uno le regole prescritte e l’altro le regole della fisica, ma il risultato è lo stesso. Però noi non ci arrendiamo, e speriamo sempre nello strappo. Johann Wolfgang Goethe, uomo di lettere, anima pensante in un Europa che stava crescendo scrisse: 

“Tutte le leggi sono fatte da vecchi e da uomini. I giovani vogliono le eccezioni, i vecchi le regole.”

Fare pressione però possiamo, dobbiamo comunque provarci. E cerchiamo sempre di ricordare che quando hai provato tutto, è spesso l’ultima chiave del mazzo quella che apre la porta.

Sperare che per India e la sua famiglia la porta restia aperta è proprio da folli…?

Se desiderate contribuire e cercare di aiutare India e la sua famiglia troverete il modulo da inviare all’Ufficio immigrazione qui:

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