L’acqua del lago non è mai dolce: storia di classe e formazione

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Quando l’ascensore sociale svanisce. Una storia di formazione che è un percorso ad ostacoli, a volte possibili a volte no. Con il finale amaro, perché … «L’acqua del lago non è mai dolce». 

Giulia Caminito: un nome destinato a restare nella mente dei lettori. Ha appena superato i trent’anni e già vanta tre romanzi uno più bello dell’altro. Tutti premiati: nel 2016 «La grande» con il Premio Berto e il Bagutta Opera Prima, nel 2019 con «Un giorno verrà» il Premio Fiesole Under 40 e infine, quest’anno, eccola vincitrice del Campiello (oltre che finalista allo Strega) con «L’acqua del lago non è mai dolce». Un romanzo, quest’ultimo, bello nella sua crudezza mai disperata.

A colpire subito è lo sguardo che la Caminito propone in ogni sua pagina: tendente al neorealismo senza mai indulgere al melodrammatico. È aspra. Basti pensare alla protagonista e voce narrante, Gaia, che di fronte al ricordo più duro resta sintonizzata con un tono che nulla concede all’autoindulgenza: «Ci sono almeno due persone morte là dentro e una sono io, penso, la mia controfigura dodicenne che odia le sue orecchie, detesta fare il bagno in piscina ed è perseguitata da un ragazzino dai capelli ricci, quella a cui deve ancora diventare maligna, per lei provo pena e ribrezzo, da lei mi separano viaggi interstellari, vagabondaggi da qui a Saturno».

Non si pensi però che Gaia sia una persona anaffettiva. La sua storia porta da tutt’altra parte. Siamo in un contesto di periferia della periferia. Ambiente casalingo da sfollati: in una stanza che da sola fa da cucina, camera da brandina e bagno (a dividere qualche telo recuperato chissà dove) vivono in 6 persone: la già citata Gaia, la mamma Antonia (una vera Madre coraggio che ha investito tutto nell’onestà e nel riscatto dei figli che, ne è certa, avverrà con lo studio), il padre invalido su di una sedia a rotelle (caduto sul lavoro, ovviamente svolto in nero e dunque senza alcuna copertura assicurativa), un fratello maggiore non figlio dell’handicappato e due fratellini gemelli nati molto tempo dopo. Un contesto durissimo, dove l’accompagnamento della cena con il pranzo non è sempre garantito, eppure … . Eppure non c’è mai astio, né rabbia. L’ostinazione al conseguimento del bene è una fede che va oltre la religione, pressoché inesistente, e alle difficoltà quotidiane, viste come sfide o impicci. 

La storia è quella di una formazione ad ostacoli. La ragazza, destinata allo studio («l’unica figlia femmina deve saper studiare, eccellere, andare all’università, diventare medico, ingegnere, entrare nella finanza, pubblicare romanzi e soprattutto leggere, compulsivamente, senza possibilità di tregua»: questo il diktat materno), cresce incurante dei piccoli grandi problemi che coinvolgono i suoi coetanei. Lei, «se vedo campi di battaglia comincio a marciare» quando si guarda allo specchio «mi sento come uscita dal mio tuorlo, devo essere pronta a diventare la mia versione migliore, dimenticare la cattiva stima che gli altri hanno avuto di me». Una figura potente, non c’è che dire. Il suo percorso, ovviamente è fatto di incroci e scontri, momenti duri e cruenti, ma nulla che la possa fuorviare dalla meta. Eppoi c’è il lago, quello del titolo, che sarà anche una pozza ma ai suoi occhi è il riparo dal bullismo, che comunque ha subito, la ricreazione dalla povertà, il pensiero eletto a ideale capace di aiutarla nei momenti autenticamente atroci (c’è persino un suicidio di una compagna nel suo cammino: «a lei mi sottraggo perché mi è indigesta, detesto il senso di colpa ingiusto che ha lasciato su di me, detesto la teatralità del suo gesto, detesto l’affettazione con cui gli altri ne parlano, detesto le ipocrisie di chi si scopre solidale con qualcuno che non ha mai, e dico mai, amato solo quando muore, detesto il paese che cerca soluzioni a tutto, che indaga sulle morti giovani nei loro dettagli più intimi e infimi: il colore del suo smalto, la maglietta che indossava, quanto era grande la busta con cui si è strozzata. … la gente vampirizza la morte, ne succhia via l’ultimo decoro, la gente si stipa al funerale per dire di esserci stata e piange qualcuno che le era indifferente.».

Pagine struggenti, a loro modo poetiche. Ed è questa la vera forza di Giulia Caminito, quella di possedere un’espressione, uno stile!, in grado di andare nel profondo e lasciare tracce indelebili. Unico, con quella inquietudine vicina e distante.

Tacciamo poi del finale. Con l’agognato ascensore sociale, lo studio come arma in grado di sovvertire il destino avverso, che va in liquefazione, dentro quel lago che solo nelle fiabe è dolce. Preciso, tagliente e, soprattutto, attuale. Perché, purtroppo, questa è la realtà Una lettura che non lascia indifferenti. Proprio brava Giulia Caminito. 

«L’acqua del lago non è mai dolce», 2021, di GIULIA CAMINITO, ed. Bompiani, 2021, pag. 297, Eu 18,00.

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