Montagna sacra cercasi

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C’è chi vuole una vetta da non scalare. È quello che, in Piemonte, chiede un comitato di alpinisti, ambientalisti e amanti della montagna. “Non tutte le montagne che siamo in grado di salire devono essere scalate o conquistate – si legge nella loro proposta – per una volta, in un luogo almeno, può prevalere l’idea dell’astensione. In questo caso, l’astensione, più che togliere, regala qualcosa”. Ci regala la bellezza di un’idea. Di un luogo che diventerebbe simbolo del rispetto, del sapersi inchinare di fronte alla maestosità della Natura. Di un dialogo inedito. Di un rapporto che, alla conquista e alla sopraffazione, preferisce la contemplazione.

Di montagne sacre, ce ne sono altre sparse in giro per il mondo. C’è il Machapuchare in Nepal, il Kailash in Cina, e l’Uluṟu o Ayers Rock, nell’omonimo parco nazionale australiano. Lì, nella terra dei canguri, c’è la montagna sacra del popolo aborigeno che ha ribaltato il concetto di appartenenza. Per loto non è la Terra che ci appartiene, siamo noi che apparteniamo ad essa. Montagne, fiumi, pianure, valli. Un ribaltamento che dovrebbe farci capire come il nostro atteggiamento non tiene conto del vero valore e della bellezza di ciò che ci circonda. 

Di una prima montagna sacra, tutta europea, in Piemonte se ne discute già da un po’, da quando Toni Farina e Antonio Mingozzi, rispettivamente consigliere ed ex direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso, hanno dato vita al comitato “Una montagna sacra per il Gran Paradiso”. Un’idea nata per celebrare, l’anno prossimo, il centenario della fondazione del parco più antico d’Italia, istituito nel 1922 grazie ad una donazione di Vittorio Emanuele III “allo scopo di conservare la fauna e la flora e di preservarne le speciali formazioni geologiche, nonché la bellezza del paesaggio”.

La montagna proposta è una cima di 3.322 metri all’interno del Parco nazionale del Gran Paradiso, il Monveso di Forzo, una cima al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta. Una montagna che si vorrebbe restituire alla Natura, perché l’uomo, nel frattempo, avrà deciso di fare un passo indietro. Una montagna sacra. Del resto, la più antica etimologia di sacro fa riferimento a un luogo elevato e inaccessibile. Un angolo di Terra carico di mistero a prescindere da quale sia la religione che lo certifichi, proprio come sostengono i promotori di questa singolare iniziativa. 

Un’idea che, tra l’altro, non dovrebbe prevedere alcun divieto. L’invito a non scalare Il Monveso di Forzo verrebbe semplicemente spiegato affinché possa essere condiviso nel giusto spirito. E gli effetti pratici di questa iniziativa sarebbero comunque di poco conto, dato che interesserebbero una montagna già oggi poco frequentata. L’obiettivo rimane quello di dare a tutti la possibilità di vedere e vivere con altri occhi luoghi che ormai diamo per scontati, promuovendo così un turismo che sia finalmente consapevole dell’ambiente che ci circonda e del delicato equilibrio su cui si poggiano la flora e la fauna delle Alpi, in prima linea per quanto riguarda gli effetti dei cambiamenti climatici. 

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