Real bodies e il battage pubblicitario

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Una mostra, che peraltro gironzola per l’Europa come una volta i carrozzoni dei freak show, ha attirato la mia attenzione. Real bodies si fermerà anche da noi, ma di che si tratta?

Tendenzialmente – e senza girarci in giro – di cadaveri. Leggiamo da TIO: “sarà possibile guardare da vicino dentro di noi attraverso corpi che una volta erano vivi.”

E visto il battage pubblicitario e gli articoli che la stampa ci sta facendo, noi compresi, di sicuro sarà un successo.

Non è una cosa poi così strana. I corpi plastinati, ovvero sterilizzati con la formaldeide e poi impregnati con un gel di silicone, risultano inodori, il processo di putrefazione è arrestato e sembrano a tutti gli effetti, i modelli anatomici che vedevamo al ginnasio, alle medie o in qualche studio medico.

Niente che non potrete vedere nel museo di anatomia dell’università di Basilea, forse uno dei musei più interessanti in Svizzera che riguardano questo tema. 

C’è però un ma…

Un ma che è filosofico più che pratico. Questa mostra, è accompagnata da dicerie e dubbi: chi erano quelle persone? Di chi sono i corpi? Chi di questi morti ha dato il permesso per essere imbalsamato, scuoiato e messo in bella mostra in pose plastiche?

Viviamo in un’epoca dove il rispetto per i defunti ha raggiunto civilissimi picchi. La consapevolezza che dietro a un corpo c’è stata una vita, con sorrisi, sofferenze, gioie e che questo corpo ha avuto chi lo ha amato, travalica il tempo. Ecco perché numerosi antropologi che maneggiano anche materiale e resti umani vecchi di millenni o centinaia di migliaia di anni, lo fanno col rispetto dovuto a chi è esistito e non è solo un osso, un teschio, una tibia, ma un individuo.

Allo stesso modo, i curatori del museo all’aperto che è la città sepolta di Pompei, dedicano la stessa attenzione e lo stesso rispetto ai resti calcificati nella lava che vengono ancora ritrovati ai giorni nostri. (guarda qui)

La differenza sta forse qui. Cosa ci spinge a vedere oggetti che possiamo vedere tranquillamente su Wikipedia o Google, in tutte le loro declinazioni?

La morbosità. Perché in fondo, a interessarci, e chi gestisce questo circo vagante dei corpi lo sa benissimo, non è l’interesse scientifico, ma una morbosità che è la stessa che ci fa rallentare in autostrada quando accostiamo un incidente.

Non mi sto chiamando fuori, sia chiaro, questa pulsione curiosità, questa “malattia” di voler vedere a tutti i costi, ha in fondo radici logiche. Ce lo spiega una ricerca del professor Eric Wilson della Wake Forest University, che ha intervistato decine di biologi, psicologi, sociologi e antropologi.

Questo nostro lato oscuro avrebbe una motivazione pratica legata a quando eravamo prede. Scrive Wilson:

“…La morbosità dà una strana eccitazione fisiologica, uno stimolo animale che ha, secondo alcuni scienziati, anche un valore dal punto di vista evolutivo. Le gazzelle guardano mentre una loro ex compagna viene mangiata da un leone. E così imparano cosa rischiano se smettono di correre”.

Allo stesso modo, guardare un incidente in autostrada, ci dà la sensazione di averla scampata e ci fa sentire in un qualche modo sollevati.

Dunque, essere morbosi è insito nell’uomo. Meno insito e frutto dell’evoluzione è il rispetto per i morti, un sentimento alto seppur “inutile”, che delinea però una personalità capace di empatia. Chi è stato una persona merita il mio pudore, anche se non so chi fosse, se un criminale cinese condannato a morte o un anziano libero pensatore che ha regalato il corpo alla scienza.

Come vediamo in un corpo la nostra nemesi, e la sensazione di averla scampata, allo stesso modo dovremmo veder l’individuo e la sua anima in quella carne violata ed esposta alla luce del sole.

Se andrete a vederli, rispettateli, abbiate la sacralità di quando si entra nelle chiese o nelle moschee, non ridete e non fate gli sciocchi. Quelle persone non lo meritano.

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