Si rassegnino i “secondos”

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Non c’è pace, non c’è accettazione. Anche se sei nato qui e hai frequentato i miei figli, se hai fatto le scuole in Svizzera, lo ius soli per te, caro “secondos”, è ancora lontano da venire.

Tolta la solita retorica sul fatto che la Svizzera è un Paese dalla tradizione umanitaria e accogliente, retorica smentita sia dalla Storia che dai fatti, rimaniamo una nazione che nutre ancora una profonda diffidenza verso gli stranieri.

Il Consiglio degli Stati, senza sorprese, ha bocciato ancora una volta (29 a 13) una mozione di Paul Rechsteiner (PS San Gallo) che chiedeva la naturalizzazione automatica per gli stranieri nati in Svizzera, quelli che vengono definiti in modo poco lusinghiero “secondos”.

Sia chiaro, noi non siamo migliori di altri e altri non sono migliori di noi. Ad esempio il il mito degli “italiani brava gente” si è incrinato nei decenni, soprattutto alla disamina con la Storia, quella coloniale italiana come quella dei respingimenti in periodo bellico della Svizzera, e hanno riportato il campanile al centro del villaggio. La gente è egoista, xenofoba, ha paura degli stranieri e dell’inforestieramento.

È giusto? Discutibile, è un problema che non ha a che fare con le società moderne, ma con quelle attitudini tribali e di protezione che ci portiamo dietro dal paleolitico e che sono parte della razza umana.

La paura del diverso è una forma di tutela verso la tribù. Oggi però, dove nessuno di noi vive più in nuclei di poche decine di persone dedite alla caccia e alla raccolta. Questa attitudine è diventata un’ideologia distorta. 

Reichsteiner ha ragione quando dice che (leggiamo da LaRegione Ticino): 

“…Dobbiamo abbandonare l’idea di un patriottismo etnico – d’altronde la Svizzera non è mai stato un Paese unito per lingua e cultura – per approdare a un patriottismo costituzionale, in cui valori come libertà e democrazia abbiano il sopravvento.”

Rifiutare la cittadinanza a chi è cresciuto coi nostri valori e la nostra cultura solo per fattori etnici non ha molto senso, soprattutto quando spessissimo queste persone sono profondamente legate alla nostra terra. È però sufficiente un cambio di domicilio, o una dipendenza dei genitori da un aiuto sociale per rendere virtualmente impossibile questo passo agli stranieri di seconda generazione.

C’è chi teme, come la senatrice centrista Heidi Z’Graggen (un nome di garanzia elvetica) un turismo del passaporto. Il che vorrebbe dire macchinazioni e calcoli lunghi decenni da parte di stranieri, sapendo bene che Il nostro sistema di naturalizzazione non è tra i più fluidi in Europa.

Noi, che crediamo nei valori delle persone più che in quelli della patria siamo coscienti che il timbro di patriota non garantisce assolutamente un passaporto di intelligenza e di amore per la propria collettività o cultura. Basti vedere come il termine patriota venga usato spesso a proposito, anche attualmente in Italia, dove per il posto al Quirinale è stato proposto Silvio Berlusconi, definito da Giorgia Meloni “un patriota”. 

Il patriota del bunga bunga, del baciamano a Gheddafi, della nipote di Mubarak, della miriade di procedimenti per corruzione, falsa testimonianza e falso in bilancio.

Una situazione dove, purtroppo, patriota è sinonimo di conservatore di destra, più che di amante della patria intesa come collettività di genti che vivono sotto una stessa bandiera. 

A questo punto, anche la figura di un vecchio puttaniere quale è Berlusconi, è spendibile come candidatura a capo dello stato.

Qui come per il conservatorismo elvetico, il patriota non è colui che ama la Svizzera, ma colui che difende valori di destra, conservatori, spesso ottusi e legati alla religione.

E i “secondos”, possono mettersi il cuore in pace: nessuna agevolazione per loro, né ora né nel prossimo futuro.

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