Siamo tutti figli di rabbia e d’odio

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E possiamo rifugiarci nell’idea che sia tutta colpa dei social, della musica che ascoltano, dei film che guardano, della mancanza di educazione, dell’assenza dei genitori, della perdita di valori, dalle origini che hanno, dall’alcol e della droga. Ma tutte queste riflessioni non porteranno mai a nulla se alla violenza giovanile si risponde con altrettanta violenza. Il problema è più profondo, e riguarda tutti noi.

Chi è del Locarnese lo sa: nel fine settimana la Piazza Grande di Locarno e le vie della Città Vecchia sono deserte. Eppure la “movida” c’è, e si trova a qualche centinaio di metri. Infatti, oggi, tra i ritrovi preferiti dai giovani c’è la rotonda. 

Lì, fra l’ombra oscura del Castello Visconteo e le insegne luminose del PalaCinema, branchi di ragazzi e ragazze – minorenni o poco più che ventenni – si radunano per divertirsi. E, fra musica alta, casse di birra e nubi di fumo c’è anche chi trova “divertente” andar in giro a picchiare la gente.

Il caso di E.*

Sono circa le 23 di un sabato sera, quello del 5 dicembre. Il 18enne E.*, si trova in rotonda insieme a un suo amico, che è invece minorenne. A un certo punto, il più giovane dei due, ha un diverbio con un altro ragazzo. E*. interviene per sedare gli animi ed è lì che riceve il primo colpo, al mento. 

E.* cade a terra. Cerca di rialzarsi ma non può perché  – a dar manforte all’aggressore sopraggiunge il branco – circa una decina persone, che con ferocia si accaniscono sul suo copro. Il gruppo tira calci e pugni alla testa. Mirano esclusivamente alla testa.

Qualcuno grida: “Ammazzalo, ammazzalo!”. Altri si fermano a guardare. C’è chi tira fuori il proprio cellulare dalla tasca. Per chiamare la polizia, direte voi. No, i telefonini servono a filmare la scena. Nessuno interviene. 

Il diciottenne e l’amico riescono a fuggire dalle grinfie degli aguzzini. Chiedono aiuto alle proprie famiglie, che subito li portano in ospedale.

Qualche giorno dopo, la madre denuncerà tutto suoi social. Il caso diventa virale. La stampa accorre. 

“Poteva essere il nuovo Damiano”

“Mio figlio poteva essere il nuovo Damiano Tamagni”, scrive la mamma di E.* su Facebook e, in fondo, è quello che abbiamo pensato tutti. Perché il fantasma e la memoria di Damiano si aggira ancora fra le viuzze di Locarno e anche fra i meandri della nostra mente. 

Dalla sua tragica morte, il giovane di Gordola è diventato il fratello, figlio, nipote di tutti e lo shock, per quella immonda fine ed incomprensibile ira, lo subiamo ancora, a 13 anni di distanza. 

E forse è proprio lo sconcerto che fa emergere tutta la nostra rabbia. Rabbia che in questi giorni si è riversata soprattutto sui social, a corredo del pestaggio di E.*.

Primitivi in giacca e cravatta

“Se li becco li ammazzo con le mie mani”, “che schifo, gioventù depravata”, “ci vogliono pene esemplari, il carcere a vita per questi bast*ardi”, “propongo di fare delle ronde a Locarno, per stanarli e gonfiarli di botte!”; sono solo alcuni dei commenti che circolano sui social.

Vedete il controsenso? All’aggressività dimostrata da questo branco di giovani violenti rispondiamo mostrando altrettanta aggressività. Tentiamo di ripudiare la violenza praticando altra violenza. Certo, la prima è fisica, mentre la seconda “solo” verbale, ma è pur sempre la base di partenza. A differenziarci solo un atto pratico.

Perché possiamo rifugiarci nell’idea che sia tutta colpa dei social, della musica che ascoltano, dei film che guardano, di un’educazione mancante o troppo molle. Possiamo puntare il dito verso dei genitori che si dicono assenti, verso l’indifferenza delle autorità, la perdita di valori, le origini che hanno, il gap generazionale, la noia, l’alcol e la droga.

Ma tutte queste riflessioni non porteranno mai a nulla se alla violenza giovanile si risponde con altrettanta violenza. Il problema è più profondo, e riguarda tutti noi.

Perché noi la rabbia, l’odio, l’ira, l’aggressività, la prepotenza, la brutalità, la disumanità e tutto ciò che esse portano e comportano, le accettiamo, quando ci fanno comodo. L’essere umano è per natura violento e il suo istintivo è fatto – anche – di tutto ciò. Oggi ci ritroviamo ad essere ancora uomini e donne primitivi, convinti che basti indossare una giacca e una cravatta per renderci persone civili, progressiste.

Ma non è così, e le reazioni, da ambo le parti, ne sono la dimostrazione.

Il problema è più profondo, e riguarda tutti noi. E forse è anche per questo che dall’uccisione di Damiano a oggi, non ci siamo evoluti neanche un po’.

*Nome noto alla redazione

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