Te lo ricordi quando eravamo una tribù?

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Eh no, certo. Non c’eri mica. Ma l’antropologia è una cosa che ti è restata nel DNA. Proprio come le istruzioni per cui le unghie dei piedi debbano crescere sulle dita dei piedi e i peli degli stinchi sugli stinchi.

Nel nostro DNA c’è il primo uomo, c’è la prima donna. C’è il modello di gruppo umano che ci ha reso possibile la sopravvivenza. Un modello fatto di cibo procacciato da alcuni e condiviso con tutti, di madri crescitrici dei figli di altre madri, di anziani ascoltati come guide e considerati dei fari… certo, anche di battaglie per il territorio e poca pietà per gli “altri”, di incapacità di vivere a lungo e guarire da banali malattie…

Forse la civilizzazione ci ha resi capaci di meglio allargare il concetto di empatia, di rispetto legato allo spirito delle leggi, di non più avere istinti “bestiali”; la scienza e gli studi di alcuni ci hanno donato cure per le malattie, case calde, cibo facile da reperire, una vita mediamente più lunga. E questo è meraviglioso.

Ma lì, dentro di te, mentre ti danni a litigare sui social, mentre prendi rabbia perché vorresti che il mondo capisse che il tuo pensiero è quello giusto, mentre sembra che ognuno si debba schierare in “pro” o “contro” cose di cui dopodomani ci saremo già dimenticati… ecco, mentre tutto questo avviene, avviene anche che la nostra natura ci tira sempre lì, nella tribù, dove c’è il cacciatore, il raccoglitore, il predicatore, la madre, il saggio, lo stregone. 

Lì dove ci vorrebbe che iniziassimo di nuovo a sentirci un unico organismo interdipendente, perché antropologicamente restiamo una comunità fatta di vite che hanno bisogno le une delle altre, che necessitano di un linguaggio autentico, che dovrebbero reimparare a “sentire” all’unisono.

È lì, nel nostro DNA e, come quando si cerca di deviare un fiume dal suo letto, sempre lì si deve ritornare.  

Francesca Margiotta

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