Tra infodemia e celentanoide

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Circola con forte risonanza , in questi giorni dicembrini, una delle mille parole nuove che ruggiscono annualmente sotto il  tendone della lingua parlata e scritta: il lessico è come un’entità  magmatica e viva, impegnata a cottimo nella fabbrica delle espressioni non ancora registrate nei dizionari. Un nugolo di neologismi viene, di volta in volta, progressivamente tritato e digerito nel gran calderone della creatività delle coniazioni nuove di pacca, sempre pronte a stupire.

Leggo “Infodemia” e apprendo che il vocabolo intende significare la “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”.

Dopo una certa sorpresa, incasso e porto a casa iniziando il gioco dei repertori neologici che spesso si insinuano nelle fessure del frasario corrente : e un drappello di foche giocherellone fa rimbalzare, da muso a muso, combinazioni scombinate che riconsegnano alla memoria certi termini d’autore che istigano all’innamoramento.

E allora vi ripropongo il “Celentanoide” di Massimo Gramellini che gioca con il compostaggio di Adriano Celentano dentro una storica frase apparsa sul quotidiano la Stampa: 

“Nessuno può dire quanto durerà lo spettacolo. Ma di sicuro Silvio Berlusconi è già entrato nella parte. Non ha più lo sguardo ammiccante del presidente-diplomatico ,né il sorriso celentanoide del presidente-candidato”.

Mi soccorre ora la chicca “Cattoovunque e cattotutto” plasmata da Aldo Busi che commenta sul Manifesto  la convergenza (contro natura ) delle tendenze ideologiche più diverse, comunque predestinate a un punto di incontro ineluttabilmente inchiodato sull’asse della comune matrice cattolica.

Urge una capatina verso lo stereotipo del giovane imbevuto di una cultura da bigino evaporabile: “Gggiovane” che si pronuncia con tre “g”, fra gli stadi e il rock come chiosa Alberto Arbasino. 

Immancabilmente mi calamita il “Ciecobushista”  inaugurato  da Giorgio Bocca, nell’ormai lontano 2004, su Repubblica : “Ma c’è una categoria di opinionisti a nostro avviso peggiore, quella dei ciecobushisti, che si rifiutano di guardare alla guerra irachena come è e non come vorrebbero che fosse”

Una sosta all’autogrill della “Maronata”, così battezzato dal leader della Cgil Epifani che punzecchia, sorseggiando un caffè senza zucchero, il ministro del Welfare Roberto Maroni, ansimante in un ultimatum contro il lievitare delle pretese sugli ammortizzatori sociali.

E che dire del “Cocacolista” di Michele Serra che si diletta a modellare un sostantivo maschile dedicato a chi beve e strabeve coca-cola , uniformandosi per estensione – neppure tanto pindarica – alle scelte abbarbicate ai paradigmi americani?

Davanti al “Mariagorettismo” di Natalia Aspesi mi prende tuttora un travaso di sorrisi, mentre gusto la demolizione di un atteggiamento misto di timorato pudore e riservatezza, che lascia comunque trapelare un represso desiderio di esibizionismo e di egocentrismo.  

Al “Dolorologo” di Stefano Benni va tributata una tripla rilettura che riguarda chi ama “dall’alto dei cieli catodici” discettare sul dolore e sulla endemica sfiga degli altri, tentando di offrirne retoriche motivazioni e idiote interpretazioni, senza ovviamente garantire un reale valore di consolazione  aggiunta.

Chiuderei, visto che le luci del circo si stanno spegnendo, con il sublime “Politically uncorrect” di Alberta Marzotto, scatenata  contro i modelli culturali e sociali  dominanti, scricchiolanti davanti a: “Un play boy di taglio texano, chiassoso, con sigaretta e bicchiere di whisky serigrafato GG , fasciato da tuxedo stampati a motivi geometrici luccicanti. Il massimo del politically uncorrect”

Ora mi distendo sul divano, apprestandomi a “Pigrottare” dentro un intransitivo allegro, dove l’indolenza rischia di stimolare idee e progetti : il neo verbo è merito del giallista greco Petros Markaris ,autore dell’avvincente libro “Si è suicidato il Che”.

Da sfogliare “pigrottando” , ovviamente.

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