Carlo porta, tarlo di nobili e preti

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Carlo Porta, poeta civile e non solo dialettale, inarrivabile fustigatore dei lardosi privilegi detenuti dai saccenti quarti di nobiltà e dalle ipocrite schiere clericali, lasciò la sua Milano il 5 gennaio del 1821, troppo giovane per la sua tempra libertaria di popolano dotto, assai cauto di fronte ai lacci di un illuminismo spesso aristocratico che si traduceva in una sorta di teologia laica in cui al principe era demandata la funzione del sacerdote unico e incontestabile.

Il Carlo, seguendo le ferree inclinazioni dello spirito pratico, se ne andò a malincuore ma senza invocare estreme unzioni, lasciando corrosivi poemetti inediti contro i tentacoli della Restaurazione, come il  “Meneghin biroeu di ex monegh”, dove un umile ma non annientato servo alza la sua orgogliosa voce di fronte alle intollerabili ingiustizie sociali.

I familiari del Porta, all’invero piuttosto confusi, decisero di affidarsi alle competenze e ai giudizi del canonico Luigi Tosi , che tosò alla grande i quaderni del poeta censurando, alterando e perfino annientando la magnificenza di versi fondati sulla soda caustica.

Ma le premurose quanto esorbitanti revisioni censorie dell’ invadente ecclesiastico conseguirono un effimero risultato per via di sapienti mani amiche che già avevano dirottato verso un editore di Lugano, integre e intonse nella loro turgida esplosività, svariate sublimi composizioni tra cui “La Ninetta del Verzee” e “La messa noeuva ” rispuntate nel 1826 in terra svizzera, raccolte in un volume di Poesie inedite che diede la stura, nel giro di un anno, ad almeno una dozzina di ristampe così clandestine da infiammare l’indignazione delle autorità austriache orientate a promuovere un vero scontro frontale con il Canton Ticino.

E intanto viaggiavano di casa in casa le riflessioni di un uomo che aveva saputo tenere gli occhi ben aperti verso il proprio tempo, segnato da un mondo altezzoso di immeritati favori e benefici contrastabili unicamente con una prospettiva realistica e giacobina: e nella cronaca dello sbracato costume sociale galleggiavano i forse immaginari personaggi di Donna Fabia Fabron de’ Fabrian e della Marchesa Paola Travasa.

La romantica ribellione del Porta condensa la supremazia del buon senso, contrapposta al mito della ragione ancorata alla mitologia aristotelica, nella lotta del nuovo contro l’antico e nella antitesi di ciò che è vivo e necessario con ciò che è inutile e morto.

Secondo l’universo portiano la politica fluisce in un coagulo di forze volubili e quasi estranee, macerandosi nelle piaghe del puro opportunismo, dentro conclamate dichiarazioni di fedeltà conformista.

Ma al di là dell’irrespirabile sipario che si balocca dentro i giochi dei blasonati e dei gentiluomini titolati all’eccesso, dei politicanti cialtroni e dei falsi tribuni, dei pretonzoli  che nella recitazione del Miserere alternano i passi della preghiera alle enfatiche battute sul cibo, si aprono orizzonti molto più respirabili pur nella loro endemica vulnerabilità: sono gli spazi che ospitano le immortali figure della Ninetta del Verzee, infelice ex venditrice di pesce scivolata nel malaffare per lo stravolgimento del nero fumo di un amore andato a rotoli; del Giovanin Bongee, un operaio e un uomo qualunque vittima delle angherie e delle prepotenze di un tronfio dragone francese; del Marchionn di gamb avert, sprovveduto e candido ciabattino e suonatore di mandolino, forse davvero infelice imbecille sovrastato dalle demoniache astuzie della Tetton che deflagra in tutta la sua malvagia influenza.

E proprio ai presunti ultimi della classe, il Carlo dona il suo personalissimo tributo di cantore universale e trasversale di una sanguigna umanità che si barcamena sfiorando gli orli dell’estremo, senza precipitare del tutto, pur nelle crepe del quotidiano affanno. 

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