“Ho imparato a non giudicare. Mai”

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Un prete si racconta e proferisce parola che vorremmo sempre sentire dalla parte di chi dovrebbe ascoltare gli ultimi, e tendere una mano ai “peccatori”.

2000 anni sono passati da quando è iniziato uno dei più grandi movimenti religiosi nella storia dell’uomo. Oggi, nel 2022, molte cose sono cambiate e molte sono rimaste tali, tra queste il celibato dei sacerdoti. 

È un coraggioso prete, don Pierangelo Regazzi, ex arciprete di Bellinzona, a rompere il silenzio con grande umanità. Lo fa in un articolo di Patrick Mancini, su TIO. 

Ha qualcosa di liberatorio sentire qualcuno che ha un ruolo rigido come quello di un sacerdote, aprirsi quasi con ingenuità, con delicatezza. Don Regazzi, parla del celibato dei preti e dell’inutilità di quella, e lo pensiamo in molti, è una costrizione crudele. Don Regazzi dice l’ovvio, che ovvio non è per la chiesa. Esprime un parere che sa già che troverà muri giganteschi in un apparato sempre uguale a se stesso.

«Il celibato obbligatorio non ha più senso. Non nell’epoca di internet, in cui gli stimoli e le tentazioni sono ovunque. A mio modo di vedere un senso vero e proprio non l’ha mai avuto»- il prete prosegue nell’intervista- «Nel Vangelo, in particolare nel nuovo testamento, non è mai stata affermata l’obbligatorietà del celibato per le persone che si assumono determinate responsabilità. L’obbligo del celibato è intervenuto solo dopo il 1139 e si è irrigidito ulteriormente dopo il Concilio di Trento tra il 1545 e il 1563. Si tratta di decisioni che hanno causato un sacco di sofferenze. Perché l’amore è di tutti. Speravo che Papa Francesco risolvesse questo problema. Probabilmente anche lui è condizionato da chi lo circonda».

Quelle mura di Gerico che erano crollate sotto le trombe degli israeliti, sembrano oggi state ricostruite più imponenti e impenetrabili da quella chiesa erede del vecchio testamento. Amori nascosti, etero e omosessuali, pedofilia, accompagnano da secoli un’istituzione che vive da millenni la sua vocazione gattopardiana impermeabile al cambiamento. 

Solo recentemente abbiamo saputo del doloroso caso di don Samuele Tamagni, che per amore di un altro uomo aveva truffato i propri famigliari e la fondazione che presiedeva. (leggi qui)

Nell’articolo, don Regazzi ha il coraggio di raccontare di un amore e della sofferenza nel rifiutarlo a causa del celibato:

«È stato difficile. Ho vissuto una crisi profonda. Come un vero innamorato appunto. E per questo come esperienza è stata anche costruttiva. Quando vedo una persona che si trova in crisi amorosa adesso la capisco. Quando finisce un amore si ha dentro una sofferenza indicibile. Io queste sensazioni le ho vissute».

“Io queste sensazioni le ho vissute”. Don Regazzi confessa ciò che praticamente ogni sacerdote ha incontrato: amore, sentimenti, lacerazioni, ferite e cicatrici. 

La sessuofobia della chiesa cattolica, ha creato legioni di uomini insoddisfatti. Spesso tristi e angosciati. Coloro che dovrebbero occuparsi del gregge, i pastori, sono spesso soli sulla collina a guardare giù, senza trovare una sponda o una scappatoia a impulsi che sono tipici dell’uomo. Impulsi che spesso, se mal indirizzati, creano danni devastanti. 

Ma è una frase, quella che ho riportato nel titolo che mi ha fatto capire il percorso dell’uomoPierangelo: 

“Ho imparato a non giudicare, mai.” 

Parole calde che riempiono dei vuoti. Parole che sono immense come il messaggio che una chiesa dovrebbe veicolare. Purtroppo, la religione, troppo spesso ha giudicato, creando sofferenza, angoscia, paura. Se c’è un futuro in una visione spirituale del mondo, è quella di Don Pierangelo Regazzi, e lo dico da ateo. Perché da ateo riconosco in lui l’uomo e il suo sforzo per migliorarsi. Un futuro in cui l’accoglienza, la comprensione e la mancanza totale di pregiudizio, siano alla base di un pensare comune.

Grazie don Pierangelo non ti conosco e , ovviamente, non ti giudico ma apprezzo enormemente delle parole che dovremmo sentire sempre e ovunque. 

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