Il lavoro rende liberi piccolo Yoel

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Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo( Primo Levi).

Ma certo che il lavoro rende liberi. Sta scritto lì sopra, mio piccolo Yoel , e il cancello non resta mai chiuso affinché tutti gli esponenti della razza inferiore, proprio tutti , possano esercitare il sacrosanto diritto di entrare. Si dice che tu sia sceso dalla rampa dei giudei sgambettando con il salto della rana zufolina, come sarebbe piaciuto alla tua maestra.

Il vagone marcescente del treno ti ha come sputato in mezzo al gregge smarrito  e la locomotiva ha finito di gorgheggiare, lanciando lo sbuffo finale. Che buffo lo sbuffo finale, così adatto per la soluzione finale. Mio piccolo Yoel, la nonna materna avrebbe voluto che ti chiamassero Aaron  e la nonna paterna, ruvida affettuosa prepotente , perorava con irruenza la causa di Yiphtah: le piaceva un sacco Isacco. Ma poi mamma e papà, in un impeto di rivendicata indipendenza, decisero di consegnarti il nome di Yoel : Gioele, Giona inghiottito dalla balena sbagliata.

Lontano, nel cuore del Ghetto, il tuo banco di scuola respira ancora l’umore delle tante matite colorate troppo spesso temperate.

Lo sai Yoel, forse hanno deciso di spedirti subito nella camera a gas per via delle tue scarpe zuppe di neve.

E se le tue suole, nel disarmato procedere, fanno “Shoah, shoah” il soldato tedesco si arrabbia a dismisura, mio rumoroso Yoel.

Il mondo deve pure essere ripulito dagli scriccioli di ebrei che emettono rumori inopportuni.

Non hai neppure avuto il modo di visitare Auschwitz cucciolo d’uomo espulso da un camino, eppure , nell’anticamera dove ogni corpo si denudava,  ti avevano garantito una doccia ritemprante.

E proprio mentre volavi via, all’insù, sinuoso filino finalmente libero dal lavoro, la bionda bimba del tenente Junderfrei stava pettinando la sua teutonica bambola fresca di vetrina.

In compenso, ti accompagnavano le vibrazioni amiche di un violino che certo piangeva anche un poco per te, inseguendo il consenso di una platea svuotata.

E dalle nubi fatte di una caligine ripiena di anime , laggiù  le baracche parevano formichine nere, dentro la mappa a svastica di una giornata come un’altra, caro minuscolo titanico Yoel. 

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