La primavera araba grazie a Netflix

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È un film di Netflix, il remake arabo di “perfetti sconosciuti”, di Paolo Genovese, a raccontare molto di più sulle modifiche in atto nei paesi arabi.

Più delle notizie dei telegiornali, è questa piccola informazione, che non avrà grandi echi mediatici, a dirci in realtà che se ci sarà un’emancipazione dei paesi arabi, non sarà probabilmente grazie a rivoluzioni o primavere affogate nel sangue, ma grazie all’inarrestabile ruolo dei media e di internet. Piattaforme streaming come Netflix infatti, occhieggiano a un mercato affamato di novità, che sono ovviamente diverse in base alla cultura. 

E se il pubblico occidentale, ormai scafato, è più difficile da accontentare, quello arabo e soprattutto la frange giovanili, assorbono con piacere delle novità, per noi scontate, ma che raccontano di promiscuità, parità della donna e omosessualità 

E possiamo dirlo con una certa dose di certezza, la libertà di un paese passa per i diritti civili e per l’emancipazione di donne e omosessuali. In paesi dove spesso i diritti delle donne sono carta straccia e dove gli omosessuali sono arrestati, un film come “Ashab wala Aa’az”, che ricalca la trama di “Perfetti sconosciuti” crea scandalo tra le ipocrite frange oltranziste e religiose, ma è premiato con record di ascolti da una popolazione che, senza forse in parte rendersene conto, assorbe concetti che sono alieni per i regimi spesso totalitari dei paesi arabi.*

L’omosessualità è ad esempio illegale de facto in Egitto, dove vigono pene fino a 17 anni. Illegale è anche in numerosi paesi arabi come l’Algeria, l’Arabia saudita o gli Emirati arabi e in buona parte dell’africa. In paesi come la Sierra Leone si rischia l’ergastolo, mentre la pena di morte è comminata ad esempio in Afghanistan sotto l’attuale dominio dei Talebani.

Non parliamo poi dei diritti delle donne, che definire cittadine di serie B è un pietoso eufemismo.

La trama di “Perfetti sconosciuti”, la ricorderanno in molti: un gruppo di amici di lunga data si ritrova a cena e decide di condividere messaggi e telefonate in arrivo sui cellulari di ognuno. Nel corso della serata emergono segreti e bugie che mettono a rischio gli equilibri di anni. A galla vengono, appunto, un adulterio, l’omosessualità di uno degli invitati e la storia di sesso virtuale che ha una delle mogli. 

Storie di ordinaria routine occidentale, ma foriere di minaccia per i “valori” ortodossi e tradizionali di un paese come l’Egitto, dove un deputato, Mustafa Bakri, ha presentato in parlamento un interrogazione contro la pellicola che vede tra le principali protagoniste l’egiziana Mona Zaki e come regista la libanese Nadine Labaki.

La polemica è servita, con la risposta della presentatrice libanese Dima Sadek, che ha denunciato la squallida ipocrisia di gente come Bakri, delle cui molestie era stata oggetto. Insomma, un film che fa senza volerlo fa emergere il coraggio delle donne e che smaschera quell’ipocrisia maschile, che pensa di poter detenere il monopolio dell’adulterio come diritto di nascita. È dunque un’emancipazione sessuale a farsi strada in paesi restii a far anche solo indietreggiare un’egemonia maschile che in questo secolo si spera in dirittura d’arrivo. Perché qui la cultura, la religione non c’entrano, c’entrano i diritti delle persone, che sono tutte uguali, e non c’è bisogno di scomodare la rivoluzione francese per rendersene conto. 

Sarà dunque Netflix a sdoganare i diritti civili? Probabilmente si, e più in fretta della politica.

*in Svizzera gli atti sessuali compiuti con persone dello stesso sesso tra adulti sono stati resi legali a partire dal 1942. In Italia invece, ad esempio, l’omosessualità è legale dal 1890, a parte la parentesi dittatoriale fascista, dove gli omosessuali venivano mandati al confino

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