La storia infinita del nucleare iraniano

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I negoziati sul nucleare iraniano, Joint Comprehnsive Plan Of Action (JCPOA), ripresi con la presidenza Biden a fine novembre 2021, sono tornati di nuovo nel vivo. Il 27 dicembre scorso a Vienna è partita l’ottava sezione di colloqui tra Russia, Cina, Gran Bretagna e Germania, oltre agli Stati Uniti presenti indirettamente, tutti mossi dalla spinta a voler fare progressi nel rilancio dell’accordo nucleare firmato il 14 luglio 2015 durante la presidenza di Barak Obama.

Nel 2015 a Vienna l’accordo venne firmato da Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. L’intesa prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni contro la Repubblica Islamica, firmato anche dall’ONU, in cambio della limitazione dell’attività nucleare iraniana e di regolari ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) presso gli impianti.

Durante la presidenza Trump, l’8 maggio 2018, Washington si ritirò unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove e durissime sanzioni all’Iran, aggravandone le condizioni economiche e acuendo le tensioni con gli Stati Uniti.

Il ritiro dall’accordo divenne uno dei pilastri della politica estera di Trump; in risposta l’Iran riprese l’attività di arricchimento dell’uranio causando nuove e durissime sanzioni al Paese, con grande imbarazzo dell’Unione Europea, impossibilitata a rispettare il trattato.

Sotto l’embargo l’Iran estrae due milioni di barili di greggio al giorno, interamente assorbiti dal fabbisogno cinese. Al momento la squadra negoziale iraniana chiede di esportare il greggio senza limitazioni e la possibilità di depositare gli introiti in valuta estera.

Gli USA, nonostante l’intenzione dichiarata di voler rilanciare i negoziati, mantengono la strada segnata da Trump, sotto la spinta dello Stato ebraico che spera nello stallo e nel fallimento dei trattati.

Per il segretario di Stato Blinken le sanzioni americane dovrebbero restare in vigore fino alla firma di un nuovo accordo che andrebbe integrato da una limitazione al programma di armamenti iraniani.

Tehran invece chiede la fine immediata delle sanzioni, in caso contrario proseguirà con il suo programma nucleare ma, se anche a Vienna dovessero fallire i colloqui, si impegnerebbe a non superare la quota del 60% dell’arricchimento dell’uranio; lo ha dichiarato il capo dell’Organizzazione per l’Energia Atomica iraniana, affermando: “ I nostri obbiettivi nell’arricchimento dell’uranio sono volti a soddisfare le esigenze industriali e produttive del popolo iraniano, mentre Israele sta intensificando le sue minacce contro Tehran con l’unico scopo di minare i colloqui”.

Washington in ogni caso è costretta a tenere conto della pressione israeliana. Il ministro degli Esteri Yair Lapid, convinto che sul nucleare l’Iran stia ingannando il mondo solo per ottenere la revoca delle sanzioni e ammonisce “siamo pronti ad agire contro l’Iran anche da soli” e ribadisce che il suo Paese può attaccare gli impianti nucleari senza informare il governo Biden.

Anche Benny Ganz, parlando allo Knesset, ha invitato tutti a sfruttare il momento debole degli Ayatollah ritenendo che il governo a Tehran sia alle corde a causa della disastrosa situazione economica, con le sanzioni che funzionano efficacemente e con il crollo degli investimenti, affermando che “non è il momento di alleggerire”. Carica la dose il presidente Isaac Herzog che dice “è sacrosanto neutralizzare il programma nucleare iraniano, con o senza accordo”.

Tutto questo mentre nel golfo persico la Repubblica Islamica, in risposta agli annunci minacciosi delle autorità israeliana, organizza spettacolari esercitazioni nello stretto di Hormuz.

Inoltre Israele è l’unico paese ad avere votato contro la richiesta delle Nazioni Unite di trasformare il Medio Oriente in una zona priva di armi nucleari; l’Iran ed altri 177 paesi avevano votato a favore mentre USA e Camerun si sono astenuti. La risoluzione chiedeva il divieto di “sviluppo, produzione, sperimentazione O acquisizione di armi nucleari” e a non consentire l’uso di tali armi in territori controllati da paesi mediorientali. Lo Stato ebraico è l’unica potenza nucleare fuori dal controllo dell’AIEA e, a differenza dell’Iran, può nascondere le proprie attività nucleari.

L’atmosfera propagandistica e di guerra psicologica portata avanti da Gerusalemme sarà infruttuosa se i colloqui di Vienna, fermati per le festività del nuovo anno e ripresi già da oggi, raggiungeranno un buon accordo sul nucleare iraniano, che potrebbe essere siglato già in primavera.

Sulla scia di un cauto ottimismo, il 28 dicembre il Cremlino aveva annunciato la visita del presidente iraniano in gennaio; Putin e Raisi, in un vertice bilaterale tratteranno temi di cooperazione quali l’attuazione di grandi progetti di investimenti congiunti, di interazione nella lotta al Covid-19, della situazione in Afghanistan e, soprattutto, della situazione siriana.

Tra febbraio e marzo l’Iran, la Russia e la Turchia si incontreranno per coordinare un’azione comune in Siria; questa notizia arriva dal quotidiano “Tehran Times” e rimbomba in tutte le cancellerie. Al di là del significato politico dell’annuncio, la notizia deve essere valutata anche per la sua portata strategica; l’asse costruita da tre Paesi può giocare un ruolo fondamentale nello scacchiere ero-asiatico, dal momento che controlla il transito delle condutture energetiche.

Nonostante le minacce israeliane, la valutazione definitiva sui negoziati in corso per rilanciare il JCPOA (accordo sul nucleare iraniano), è che i colloqui di Vienna non saranno vani; le squadre negoziali devono arrivare ad un compromesso tra il concedere e il ricevere, al fin di revocare le sanzioni. A vincere sarà il popolo iraniano, al momento sottoposto a pressioni durissime e a misure punitive disumane e illegali, unilateralmente imposte da Trump.

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