“Lavoratrici del sesso”, sempre peggio

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Le chiamiamo lavoratrici del sesso, un termine un po’ ipocrita per le prostitute, donne che avrebbero finalmente diritto a un riconoscimento sociale e che invece pagano pesantemente le leggi anti covid.

Leggi che, come scaturito da uno studio dell’Alta scuola di scienze applicate di Zurigo (ZHAW), hanno fatto più male che bene. Leggiamo da TIO:

“…Lo studio mostra che in questi periodi sono aumentate le aggressioni e la violenza, così come i tentativi di coercizione e truffa. Confrontati con problemi finanziari, molti lavoratori del sesso hanno continuato a esercitare nonostante il divieto. I clienti erano in una posizione di forza a causa dell’impossibilità di presentare una denuncia.

L’offerta era inoltre superiore alla domanda: molti clienti anziani o appartenenti a gruppi a rischio hanno rinunciato a consumare prestazioni sessuali per paura del coronavirus. I prezzi erano quindi in calo. La proibizione ha accentuato questa tendenza…”

Il settore delle lavoratrici del sesso è sensibile da sempre ed è circondato da uno steccato di ipocrisia alto come le mura di Gomorra, la celebre città dedita a tutti i vizi.

Alla base non ci sono tanto regole burocratiche, come l’autocertificazione, il pagamento delle imposte e dei contributi o altro, ma soprattutto uno stigma che ancora oggi colpisce quelle donne che, per scelta o più frequentemente per necessità, si impegnano in quell’enorme e redditizio mercato del sesso.

E lo stato, troppo spesso, abdica al suo ruolo o disconosce queste lavoratrici, perché ancora oggi una prudité ipocrita e bacchettona preferisce girare la faccia dall’altra parte. Eppure è innegabile, l’utilità non solo sessuale ma anche psicologica che hanno spesso queste operatrici, a cui tocca frequentemente occuparsi non solo della soddisfazione sessuale del cliente m anche di quella affettiva e psicologica. 

Un riconoscimento serio da parte dello stato e della società, ridurrebbero anche sensibilmente un settore vulnerabile e preda, come abbiamo letto pocanzi, di clienti disonesti o violenti che sfruttano in questo caso delle leggi che rendono ancora più complicato e pericoloso lavorare. E siamo onesti, spesso queste donne mantengono a casa la famiglia, costretta in nazioni dove il reddito pro capite da noi sembrerebbe un insulto.

Il repentino calo dei clienti, le leggi restrittive, cha hanno colpito di certo tutti i commerci, hanno chiesto un pedaggio pesantissimo a donne che non hanno nemmeno la tutela, come altri lavoratori, della perdita di guadagno, della disoccupazione o anche solo degli aiuti covid. Lo studio dell’Alta scuola di scienze applicate di Zurigo, alla fine raccomanda: “…di evitare simili divieti in futuro. Gli effetti negativi sono di gran lunga preponderanti, non da ultimo l’impossibilità di effettuare un contact tracing. Per il responsabile della ricerca Michael Herzig, citato in un comunicato della ZHAW, avrebbe più senso sviluppare misure applicabili e adattate al mercato del sesso.”

Queste raccomandazioni resteranno lettera morta, è una certezza, non una supposizione. Frange emarginate e senza voce come quelle delle lavoratrici del sesso, non hanno quasi nessuno che dia loro voce, che consenta loro di fare pressione o anche solo di rivendicare dei diritti. Come sempre le puttane resteranno nell’ombra, protagoniste di dolci canzoni di cantautori anarchici o immobilizzate in quadri di pittori scanzonati. La società no, quella le seppellisce nei ghetti della non esistenza, le scopa sotto il tappeto per non vederle, anche se dovrebbe loro un grazie per il lavoro pesante, impegnativo e troppo spesso pericoloso che fanno.

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