L’ombelico del bosco

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Molto ma molto tempo prima che Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti le facesse il verso con “L’ombelico del mondo” , la mia nonna materna mi aveva indottrinato per bene circa l’ombelico del bosco, costituito a seconda dei casi da un ristagnante acquitrino, da una muschiosa pozza d’acqua, da una veneranda e vecchissima pianta o da una forra assolutamente intricata che determina il vero centro vitale della foresta.

Quando venni a saperlo per la prima volta avevo attorno ai sette anni e non ci dormii sopra per un paio di notti, quasi facendomela sotto: la rivelazione – fra l’altro sussurrata con tono arcano e misterioso- mi aveva destabilizzato al punto di temere fortemente il Nando, un amico di famiglia boscaiolo dai bicipiti sovrastanti che l’accetta la manovrava come fosse un cerino da strofinare sulla corteccia delle betulle inebetite.

Già il Nando era solito metterci molto del suo, con quel vocione un poco sibilante e ben affilato ,non tralasciando la pessima abitudine di fissarmi dentro l’ arcuato movimento delle sopracciglia che erano delle selve oscure più grottesche che dantesche : “Devi sapere che il Folletto della Quercia di notte va a sedersi sul petto dei dormienti provocando oppressione e sogni da tormento e certo non disdegna il fatto di solleticare il tapino preso di mira, tirando le lenzuola come l’elastico di una fionda. Gran brutta faccenda se il Folletto della Quercia ti fa la ronda” .

Messe da parte le mefistofeliche premure del taglialegna che suppongo ululasse sotto la luna piena , la faccenda che mi trasmetteva ancora più ansia derivava da questo ombelico intruppato fra arbusti e cespugli che la nonna Marcella mi dipingeva come una sorta di tabù: “Non deve essere né alterato né profanato a costo di rendere sterile e rinsecchito tutto il bosco. La vegetazione ha il suo centro e la sua anima propri in quel punto, ovunque quel punto sia”

L’ombelico del bosco rappresentava ormai la sede di un essere divino, forse protettore ma certo supervisore e padrone  dei viluppi e dei verdi intrighi, delle macchie e delle ramaglie disposte a ragnatela.

Da quell’ipnotico ed esoterico centro fluiva una miriade di altre occulte potenze, di divinità minori e di creature sostanzialmente eterne che si fingevano sornionamente mortali.

E queste entità quasi astratte ma non distratte si aggiravano nei silenzi delle nottate silvestri infilandosi, quando una folata le sorprendeva di filata, nelle baraonde di scatenate danze cadenzate dal vento, non cessando di spiare dai tronchi a forcella con occhi sovrumani e inquieti  che non di rado somigliavano a quelli dei barbagianni trama inganni o dei gufi arcistufi.

Ecco perché ancora oggi, quando me ne vado a passeggiare nei santuari della natura, mi prendono una sorta di candida cautela ma soprattutto un impeto di emozione mentre nel bisbiglio dei cespi e dei pruni si camuffa la cara eco della voce della nonna Marcella che mi indica l’ipotetica via verso l’ombelico del bosco, non lontano dai rimbombi di quello spaccatutto del Nando.

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