Maciste, mezzo secolo di muscoli fa

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Correva l’anno 1962 – giusto mezzo secolo di muscoli fa – e Maciste imperversava nelle sale cinematografiche, più che mai ispirato nello spostare macigni da cento quintali, sollevare bighe come fossero gusci di noce, sgominare goffi mostri facendo strike con il suo pugno al fulmicotone e sopportare grandinate di frontoni di palazzi che si sfaldavano cascandogli addosso con l’effetto di un patetico solletico.

Avevo una dozzina d’anni e la fascinazione di un uomo di esagerata forza e di bontà elevata  al quadricipite serpeggiava nel mio corpo mingherlino e sagomato a chiodo scoliotico. Stavo vivendo nella fase dell’assoluta esigenza di una compensazione, la trascinante ipnosi della trasposizione della mia essenza di ectoplasma in una figura mitologica.

La foga aitante del  “monumento all’onnipotenza” traboccava dallo schermo e in genere mi posizionavo su una poltroncina della primissima fila, quasi per farmi soverchiare da quella massa di bicipiti da aerobica spaziale.

Lui era altruista e granitico, empatico e squassante, caritatevole e nel contempo spaventevole, un poco imbranato con le fascinose donne di turno ma assolutamente scattante quando gli girava il Saturno.

Stringevo i braccioli di velluto usurato mentre “Macis” – che il confidenziale diminutivo diventava quasi un aggiuntivo dei suoi strapoteri- gonfiava il collo dove il pomo d’Adamo faceva da fionda alle cartilagini della laringe e cominciava a falciare cospiratori e mercenari delatori.

“Ciste” – ma che portento di ciste- godeva del dono dell’elastica agilità, dell’iconica animalità ma soprattutto della incontrollata e sovrumana ubiquità.

Lui, arcaico supereroe, spostava la sua matassa abnorme di nervi e di apocalittici organi contrattili con la disinvoltura di un prestigiatore dell’impossibile: dalle viscere dell’inferno sbucava per contrastare i Mongoli, si inabissava poi nelle miniere di re Salomone per riaffiorare dalle parti della regina di Samar, si consorziava con Ercole, Sansone e Ursus fondando una società specializzata in sganassoni schiantanti da propinare alla corte dello Zar, diventava mega eroe di Sparta riacciuffando la bussola che indicava la terra dei Ciclopi.

Poi, come spesso succede, il mito dei miti cadde in disgrazia proprio in quell’anno 1962.

Le sue credenziali di imperiosità e di incommensurabile regalità sfiorarono l’azzeramento quando lui si prestò, in uno sciagurato film firmato dal regista Fernando Cerchio, di incrociare le sue vertiginose vicende con gli sfottò irritanti e gratuiti di Totò.

Il suo alone magico si dissolse in un attimo, lasciandomi orfano dell’enigma del chimerico e dell’utopico. Maciste era diventato un guitto dell’avanspettacolo e le catene che era solito spezzare pompando il torace si erano tramutate in fermaglietti utili per fissare un mucchietto di fogli bianchi.

Già appiccicati per altro all’anagramma che decretava il declassamento in uno scadente “Mastice”.

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