Mandiamole a Mauthausen

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La Lega: “Mandiamo quelle due ragazze a visitare Mauthausen”. Se anche la Lega si mette in gioco, criticando due ragazzine che hanno bullizzato un compagno apostrofandolo di essere uno “sporco ebreo”, forse qualcosa di sbagliato c’è.

Quel qualcosa, quell’antisemitismo strisciante, che in fondo è solo una forma di odio e frustrazione facilmente veicolabile esiste.

L’episodio, avvenuto in un comune italiano del livornese, e successo a ridosso del Giorno della memoria, impone una riflessione. 

Secondo la ricostruzione, le due ragazzine, una di tredici e una di quattordici, anni hanno preso a spintoni, urla e sputi il dodicenne, che è arrivato a casa tremante e sconvolto.

Gli insulti sarebbero stati a causa del padre, di religione ebraica. Padre che però si stupisce e non si capacita di come le due siano venute a saperlo, visto che non professa attivamente la sua fede.

Ma questo è in fondo il problema minore. Potremmo anche accomunare questo ad altri fatti successi non solo nella regione toscana. Il capo della comunità ebraica di Livorno, racconta a la Repubblica.

“Non parliamo di bravate per favore” , avverte il capo della Comunità ebraica di Livorno Vittorio Mosseri: “Qualche tempo fa il rabbino capo fu chiamato in strada sporco ebreo” racconta. E poi una scritta comparsa a Montignoso, in provincia di Massa Carrara: “Gli ebrei sono il vero virus”. Il turista israeliano aggredito a Pisa in autunno e l’albero di Natale deturpato con le facce di Hitler a Montemurlo, Prato. “In Toscana il sentimento antiebraico è meno diffuso ma anche qui ora si sente”.

Non diamo la colpa ai toscani. L’antisemitismo, un sentimento negativo di una facilità disarmante, è talmente intrinseco al tessuto sociale d’Europa da essere quasi dozzinale. Tristemente dozzinale.

Potremmo dire che proprio per questo è necessaria una Giornata della memoria e che testimonianze come quelle di Lilina Segre, finita in un campo di concentramento perché respinta alla frontiera Svizzera di Arzo, sono fondamentali. (leggi qui sotto)

Non so sinceramente cosa passa per la testa di quelle due ragazzine, e non ho nemmeno gli elementi per giudicare. Quando un ipotetico tredicenne grida sporco ebreo, lo ha sentito da qualche parte. Bella forza, coi rigurgiti fascisti e nazistoidi degli ultimi anni, non è mica un mistero. Certe cose si trovano allegramente sprayate sui muri. Che poi questo tredicenne abbia poca consapevolezza di quello che sta dicendo è quasi una certezza. Una cosa è se te lo grida Himmler, un’altra se uno sciocco ragazzino pappagalla cose sentite altrove. Fa bene la Lega a parlare di gita a Mauthausen, ma una gita così, senza bravi docenti e senza una reale consapevolezza vale poco, lo dimostrano i selfie che molti ragazzi si fanno sorridenti sui binari di Auschwitz. Lo dimostrano le similitudini imbecilli che alcuni no vax hanno fatto negli ultimi mesi. (leggi qui)

E non parliamo dello sdoganamento salviniano di certe coalizioni di farabutti nostalgici del nazifascismo e per cui Auschwitz, per assurdo, diventa simbolo e icona di un’ideologia. (leggi qui sotto)


Con la nostra testata, da anni teniamo monitorato il fenomeno del neonazismo, che non solo in Italia ma anche da noi ogni tanto ha assurdi rigurgiti. (leggi qui sotto)

Ma in fondo, l’odio antiebraico esiste perché è facile. Facile come quello per i neri o gli omosessuali. Facile perché divide tra “noi” e “loro”, dove il loro è un nebulosa massa informe di esseri che sono diversi da “noi”, solo questo importa. Potrebbero essere marziani o vegani. Ma la tradizione, che è una cosa meravigliosa per certi versi, porta con sé – come la bava di una lumaca – anche i sentimenti negativi legati a secoli di propaganda crudele e spesso interessata: quella nei confronti degli ebrei uccisori di Cristo, dei sodomiti della Bibbia, degli schiavi delle piantagioni. 

Gian Antonio Stella, qualche anno fa ha scritto il libro “Negri, froci, ebrei, l’eterna guerra contro l’altro”. E Stella dice: “È impossibile parlare del razzismo di oggi se non si ricorda il razzismo di ieri.”

Forse sì. Allora ricordare serve, ma soprattutto serve prenderli per mano, questi ragazzi, e portarli a Mauthausen. Ma non nel posto fisico del campo di sterminio in Austria, serve portarli nell’orrore. Se non riusciamo a suscitare l’empatia legata all’orrore, se non li scuotiamo, tutto è inutile. Bisogna affacciarsi sull’abisso per riconoscerlo. Se no diventa storia sterile, in cui i disinteressati si tirano le palline di carta mentre si parla di morti gasati.

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