Sassoli: “Il bastardo se n’è andato”

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Parlare dei morti è peccato, ce lo insegnavano le nostre nonne, che nell’ultimo saluto vedevano come un colpo di spugna che di colpo cancellava le ignominie del passato.  Oggi anche quest’ultimo baluardo della decenza sociale è caduto, l’esempio perfetto è la recente morte del presidente del parlamento europeo David Sassoli, persona pacata, gentile e con dei valori ben radicati, che in mezzo al cordoglio globale ha raccolto anche insulti e contumelie.

Tra tutte quella dell’eurodeputato tedesco Nicolaus Fest, Di AfD (Alternative für Deutschland) un movimento di destra populista, anticomunista e conservatrice. Fest ha scritto, in una chat interna al suo partito: “finalmente questo bastardo se n’è andato”.

Scoperto per la delazione di uno degli altri membri (evidentemente anche lì dentro qualcuno ha il limite della decenza), invece di scusarsi ha rincarato la dose, accusando Sassoli di aver coperto gli scandali di alcuni eurodeputati, ovviamente senza portare uno straccio di prova delle sue asserzioni.

Perlomeno, il leader del partito, Afd Jorg Meuthen ha rinnegato Fest, dichiarando che: “una tale affermazione su un collega che è appena morto dopo una grave malattia è inquietante, profondamente ripugnante e imperdonabile”.

Concordo, non solo per Sassoli, ma perché è veramente ripugnante vedere questi regolamenti di conti post mortem, quando la persona aggredita non è ovviamente più in grado di ribattere.

E se anche mi accodo ai sentimenti di sconcerto per queste fesserie da codardi, sono il primo invece ad essere convinto che se uno muore, non diventa un santo per questo. “Il mal che l’uomo fa gli sopravvive”, fa dire a Marcantonio Shakespeare nel suo “Cesare”. Quello che si è commesso in vita, rimane e deve essere ricordato, a prescindere dal diritto all’oblio. 

C’è poi chi, nell’aberrane ostinazione delle proprie ideologie, porta con sé nella morte la sfida ulteriore, lo sberleffo velenoso finale. È il caso del funerale di Alessia Augello, militante di forza nuova di 44 anni, il cui funerale si è tenuto mercoledì scorso a Roma e in cui qualche nostalgico, evidentemente supportato dai presenti, ha pensato bene di coprire la bara con una bandiera nazista.

Difficile credere che la signora Augello non avrebbe apprezzato non solo la bandiera con la croce uncinata, ma anche il saluto romano fatto al suo passaggio dagli amici e simpatizzanti fascisti. Ovviamente il parroco era all’oscuro (e meno male) della pagliacciata in odore di Terzo Reich. I titolari della parrocchia in un post si sono distanziati dall’atto disgustoso:

“Quanto avvenuto non era autorizzato da parte del parroco né dal sacerdote celebrante. Intendiamo esprimere la nostra profonda tristezza, delusione e disappunto per quanto si è verificato”. Lo stesso avvocato difensore dell’organizzazione fascista ha censurato pesantemente l’atto. “Chi ha messo quella bandiera deve andare in galera”.

Parlare male dei morti non è giusto. Dire chi erano e cosa hanno fatto è doveroso. Il rispetto che una persona come Sassoli si è guadagnato in vita non può essere cancellato dai latrati di un fascista tedesco o da una torma di imbecilli antieuropeisti. Così come una vita dedicata ai neri valori del fascismo e del nazismo non può essere cancellata dal cordoglio a seguito di una bara.

Anche nella morte si ha diritto al rispetto o si deve accettare il disprezzo, ma chi disprezza, e mi ci posso mettere a volte anche io, deve mantenere nella correttezza del confronto le proprie considerazioni. 

Se eri un cocainomane in vita lo sei anche da morto, questo non deve permettermi però di dire che eri un bastardo. Queste cose vanno dette in faccia se del caso, in un confronto perlomeno leale. 

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