Tirai una freccia al vento…

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Per non dimenticare. Come ogni anno, oggi, si commemorano le vittime dell’Olocausto. Milioni di uomini, donne, vecchie e bambini vennero imprigionati e uccisi nei campi di concentramento nazisti. Un orrore che non può e non deve essere cancellato o rimosso. Un monito per noi e per chi verrà dopo di noi. È questo il senso del 27 gennaio. A maggior ragione se pensiamo che gli ultimi testimoni della Shoah ancora in vita, con il passare degli anni, sono sempre meno. Il 27 gennaio del 1945 finì ufficialmente uno fra i più grandi omicidi di massa della storia. Più di sei milioni di esseri umani perirono, molti di loro trucidati nei campi di sterminio. Ma, forse, viste le proporzioni, non guasterebbe neppure una giornata della memoria per i 180 milioni di nativi americani sterminati ben prima dell’avvento del terzo reich.

 È bene che la Giornata della memoria serva anche a ricordarci che nella nostra storia non c’è stata solo ha Shoah. Parola che italiano potremmo tradurre con desolazione, catastrofe o disastro. Ci sono stati ben altri disastri, come nel caso del massacro dei nativi americani. Secondo l’Organizzazione Mondiale per le Relazioni Internazionali, 180 milioni di indigeni perirono a causa dei colonizzatori europei. Tra guerre di conquista delle terre d’oltreoceano, il cambio forzato dello stile di vita, malattie per le quali non avevano alcuna difesa immunitaria e il dono avvelenato della parola del Signore, usata a mo’ di grimaldello.

Gli indiani d’America, con l’arrivo di Cristoforo Colombo il 12 ottobre del 1492, non furono scoperti ma vennero violati. Quel giorno fu l’inizio della fine. L’inizio di una catastrofe umanitaria, fatta di maltrattamenti e uccisioni. Ma non perirono solo i nativi, con loro si dissolsero pure le tradizioni e la loro cultura. Fu deturpato per sempre un habitat naturale incontaminato. Fu un massacro silenzioso che, per certi versi, continua ancora oggi. L’arrivo degli europei fu l’Apocalisse. E i sopravvissuti furono ridotti in schiavitù, torturati e derubati della loro terra.

A più di cinquecento anni di distanza, l’occupazione e il genicidio continuano. Inoltre la pandemia e l’emergenza sanitaria da Covid-19 non hanno fatto altro che aggravare la vulnerabilità delle popolazioni indigene. Secondo uno studio, gli indiani d’America e i nativi dell’Alaska, hanno quasi il doppio delle probabilità di morire a causa del coronavirus. Il numero di persone colpite in Amazzonia ha ormai superato il milione. I morti sono più di 37’000. E, come se tutto questo non bastasse, è di ieri la notizia che, in Canada, sono state ritrovate altre 93 tombe nei paraggi di un ex collegio cattolico in cui i giovani nativi americani venivano internati e subivano violenza. Tutto questo dopo che uno scandalo simile aveva già scosso il Paese lo scorso anno.

Il Giorno della memoria è anche questo. È il dovere di ricordare che barbarie e ingiustizie non si fermano all’Olocausto. Sono accadute prima e non sono mancate dopo. E che ciò che ognuno di noi può fare è non abbassare la guarda. E ricordare per non dimenticare. Volendo anche con una canzone. Come fece Fabrizio De André con “Fiume Sand Creek”, in cui ritroviamo la storia del massacro avvenuto nei pressi del fiume Sand Creek il 29 novembre del 1864. Un accampamento di più di 600 nativi americani appartenenti alle tribù Cheyenne e Arapaho fu attaccato dal 3° Reggimento dei volontari del Colorado, guidato dal colonnello John Chivington. Due terzi delle vittime, donne e bambini. Due terzi. “Quando il sole alzò la testa tra le spalle della notte/ C’erano solo cani e fumo e tende capovolte/ Tirai una freccia in cielo/ Per farlo respirare/ Tirai una freccia al vento/ Per farlo sanguinare/ La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek”.

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