Uomini, ominicchi, quaquaraqua.

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Premetto che non interverrò mai più su questo argomento a prescindere da qualunque finale dovesse sortire da una vicenda già grottesca. 

Mi piace però ricordare un episodio, di cosidetta ribellione, accaduto anni fa, precisamente nel 1976, e che vide coinvolto un altro tennista. Si giocava, a Santiago del Cile, la finale di Coppa Davis. Al potere in Cile c’era, a seguito di un golpe militare culminato con l’assassinio del Presidente eletto Allende, il dittatore fascista Pinochet.

L’Italia capitanata da Pietrangeli, e rappresentata tra gli altri dal suo miglior giocatore e numero 4 al mondo, Adriano Panatta, giunge in finale contro la Nazione ospitante. Tecnicamente non ci sarebbe partita, Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli sono tutti più forti del miglior cileno ma, un grosso ma, l’affare diventa politico e il Cile (e il suo leader) “deve vincere”.

Ci sono forti pressioni politiche sulla squadra italiana perché rifiuti di giocare ma, dopo infinite discussioni, si decide di partire. Una volta partiti non ci sono scelte, bisogna vincere. E si vincerà, il discorso sportivo non lascia alcun dubbio, 5-0. I cileni non hanno speranza.

Ma è abbastanza? Panatta, nr. 4 al mondo, vincitore di Roma e Parigi, genio, sregolatezza e divertimento di quello sport, dice “che no”, non basta. Stiamo giocando di fronte ad un dittatore fascista che ha ammazzato e “fatto sparire” chiunque gli si opponeva. Batterlo in campo è relativamente semplice, ma non basta. Dobbiamo mostrare al mondo cosa pensiamo di lui.

“Come?”, chiedono Pietrangeli e i compagni. Facile, semplice, indimenticabile, storico.

Non giocheremo in azzurro ma in rosso.

La federazione tennistica cilena tenta sino all’ultimo di impedire quello che è ritenuto uno sfregio, un’offesa contro Pinochet e la sua “junta” ma non c’è nulla da fare, i tennisti italiani vestiranno di rosso, vinceranno facilmente la coppa in faccia al dittatore che, come qualcun altro fece nel ’36, non presenzierà alla premiazione. 

Perché racconto questo episodio? Semplice, a prescindere da come la si pensi, in questi giorni un altro tennista sta “combattendo” una sua personale battaglia contro il Governo di un Paese a lui straniero. Per soldi, prestigio e, se gli si vuole credere, pure principi.

Come lo fa? Cercando, lo ha ammesso pure lui, “to bend the rules”, cioè cambiare, magari omettendo o aggiungendo particolari, la sua situazione e, soprattutto,  le regole vigenti, giuste o sbagliate che siano.

Leggo che molti, a mio parere (ma tant’è) troppi, lo considerano un moderno eroe.

Long live Adriano!

Daniele Pelizzari

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