Addio Monica, Vitti l’eterna

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Se ne è andata Monica Vitti, musa dei drammi borghesi di Michelangelo Antonioni e gigantessa della stagione più feconda della commedia all’italiana. Lo scorso novembre aveva compiuto novanta anni e da tempo la crudele malattia che spazza via la bellezza della memoria le aveva consegnato uno stato di oblio, schermando le luci dei riflettori dentro le pieghe del limbo del passato sottratto.

Certamente uno dei tributi più intensi le è arrivato dal quotidiano parigino “Libération”, a tutta prima pagina, con una stupenda foto in bianco e nero dove i suoi capelli biondi scompaginano le frontiere della fantasia. Il titolo emblematico e così distante dallo sciovinismo francese, recita “La Vitti éternelle” e le prime cinque pagine sono totalmente dedicate a lei, con un toccante e introspettivo articolo principale che affonda l’emozione nella “Sua ultima eclissi”.

Monica è stata certamente ospite fissa sull’Olimpo delle più grandi, incarnando in un modo sempre diretto e luminoso l’essenza di un’attrice che non conosceva assenze dentro la precisione – comunque disinvolta – dei suoi gesti e delle sue espressioni, dove le sfumature erano mille e poi ancora mille sotto il cielo di un’apparente fissità che era inesausta liberazione di sentimenti, di sensazioni e di affondi emotivi.

E forse ancora di più oggi ritorna la preziosità di una sua confessione, espressa con quella voce roca che evocava una magica grattugia modellata per effondere polvere di nuvole bianche: 

“Ma io non rappresento niente. Io sono la rappresentazione. Ma sì, è tutto mescolato: la vita, i personaggi. Per me rappresentare è vivere di più, è aggiungere, idealizzare, trasfigurare.”

Per non perderla, per non smarrire la sua ubiquità recitativa, non ci resta che tornare, quando ci prenderà la voglia sulle ali di una punta di nostalgia, nell’ impegnato labirinto del malessere del “Deserto rosso” e de ” L’eclisse” per poi rifiatare, dentro lo scapestrato turbinio di “Polvere di stelle”, centellinando poi qualche passo nell’abbraccio del “Tango della gelosia” di Steno.

Personalmente resto legatissimo, così legato da ritrovarmi nell’inghippo di un nodo di Gordio, a “La ragazza con la pistola” di Mario Monicelli, nella liturgia di riassaporare, rapito dalla ripetuta rivisitazione quasi infantile delle sequenze, il ruolo della siciliana sedotta e abbandonata che bracca a Londra l’uomo che le ha rubato l’onore. (guarda la clip)

Questa pellicola segnò la sua definitiva consacrazione come attrice brillante, bionda creatura orbitante in un caleidoscopio di personaggi svagati e stralunati, animati da uno stile al limite del grottesco ma ancora meglio contrassegnato da un protocollo kafkiano, elegantemente paradossale.

Comunque inimitabile, unico e calamitante.

Buona recitazione nell’Oltre, Vitti l’eterna!

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