Giovani e anziani: vivere il covid

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Secondo Eurostat, nel 2080 la popolazione europea sarà composta quasi al 30% da persone di età superiore ai 65 anni (circa 10% in più di adesso); la Svizzera ha un tasso di over 65 del 18,6%, l’Italia invece è il Paese più vecchio dell’Unione Europea (Spagna e Francia sono lì a un passo), con un tasso percentuale di over 65 che supera il 22% rispetto alla popolazione complessiva, dove gli ultra ottantenni sono quasi 7 su 100.

Sugli anziani, e sul loro benessere emotivo compromesso dagli effetti psicologici causati dalla pandemia, sono stati fatti parecchi studi: un articolo di qualche mese fa, pubblicato sul The New York Times, dal titolo “Why older people managed to stay happier through the pandemic” – “ Perchè le persone anziane sono riuscite a rimanere più felici durante la pandemia” – raccoglie alcuni studi, condotti nei primi mesi di pandemia del 2020, secondo i quali gli anziani avrebbero affrontato la prima fase di isolamento con uno spirito di maggior fiducia rispetto a quello delle giovani generazioni: i vantaggi dell’età, nonostante la percezione dell’emergenza in corso, hanno garantito loro un maggior equilibrio emotivo rispetto ai giovani.

Allo stesso risultato sono arrivate le Università italiane, che hanno portato avanti ricerche in campo emotivo, psicologico e cognitivo/comportamentale, intervistando campioni di giovani e anziani, provenienti da diverse regioni del Paese; i giovani hanno accusato i cambiamenti più importanti nella loro routine di vita: si sono sentiti soli, hanno avuto problemi di qualità del sonno, hanno notato cambiamenti a livello del proprio funzionamento mentale e cognitivo. Vista la vicinanza geografica, questi dati possiamo ritenerli validi anche per il Ticino.

Al contrario, la persona anziana ha mostrato di essere più resiliente ed emotivamente stabile anche nelle situazioni più stressanti, come questa emergenza sanitaria, privilegiando le emozioni più positive, quelle in grado di farla sentire meglio, e soprattutto più serena.

Numeri, percentuali valide per statistiche e grafici, ricerche in vari settori come quello della psicologia, ma il mondo dell’anziano merita senz’altro un’analisi più “emozionale”; gli anziani hanno interiorizzato i propri affetti: spesso hanno rinunciato a chiedere presenza, imparando a stare nelle relazioni in modo diverso, anche utilizzando quelle modalità di comunicazione, come le videochiamate, che prima rappresentavano una barriera tra loro e i millennials. Mi riferisco ovviamente alle persone autonome, che non necessitano di assistenza continua in casa, o in strutture adeguate.

Per una forma di riguardo noi li chiamiamo “anziani”, ma loro spesso ci rispondono che sono semplicemente “vecchi”, e te lo dicono con quello sguardo un po’ perso nel vuoto, e anche un po’ malinconico, che non può che suscitare grande tenerezza; e mentre cerchi di indovinare a cosa stiano pensando, arrivi quasi sempre alla conclusione che sono loro i più resilienti: nella consapevolezza di una prospettiva di vita che non è più illimitata, vivono in un futuro che in fondo è già presente, e lo accettano. E quindi non puoi che ammirarli, uomini e donne che hanno vissuto, e superato, periodi anche peggiori di questo, resistendo a guerre, povertà e mancanza di cibo, quel cibo razionato da quella tessera che, negli anni 40, dava diritto ai loro genitori di ricevere generi alimentari differenziati a seconda dell’età.

Alle privazioni sono già abituati, sarà forse anche per questo che, persino durante il primo lockdown, a mio padre non è mai interessato riempirsi il carrello della spesa per avere molte scorte: mentre lui acquistava soltanto un po’ di più del solito, io mi comportavo esattamente all’opposto: non ho mai comprato così tante provviste alimentari come in quel periodo, pensando “non si sa mai!”.

Giovani e anziani, due modi differenti di vivere la pandemia; sarebbe interessante riuscire a promuovere degli incontri, per ora virtuali, per permettere alle diverse generazioni di confrontarsi anche su questi argomenti: uno scambio che potrebbe rivelarsi molto utile anche dopo la pandemia, favorendo una cultura pro-aging, e non anti-aging, dove si metta in evidenza che l’anziano può essere una risorsa importante per la società.

Tutte le politiche sociali dovrebbero cercare di andare verso questa direzione, diffondendo una visione diversa da quella attuale, che è invece sempre più orientata verso criteri mirati alla sola produttività, e che attualmente considera gli anziani non funzionali al proprio sistema in quanto non produttivi, e di conseguenza li emargina.

La società dovrebbe rendersi conto che il soggetto anziano è un patrimonio vivente di esperienze, di saggezza trasmissibile e di valori, e quindi dovrebbe aiutarlo a comprendere meglio il presente, e ad integrarsi con l’ambiente che lo circonda; questo favorirebbe un buon invecchiamento, anche perché i giovani d’oggi saranno gli anziani del futuro.

“Un giovane cammina più veloce dell’anziano, ma è l’anziano che conosce la strada” (proverbio africano).

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