Io “non” ti battezzo, in nome del padre…

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Phoenix, Arizona. Una terra dagli ampi respiri, una città acciambellata tra pianure rigogliose e aspre montagne, una terra dove il fiato di Dio non è solo un’idea ma è presente nelle meraviglie della natura.

Dio è nei deserti di laterite, nei superbi monoliti rossastri che evocano innumerevoli western e inseguimenti tra indiani e cow boy. Insomma, un posto figo, mica come la periferia di Milano o il Pian Scairolo.

La doveva pensare così anche padre Andres Arango, figlio di una presenza latina, e cattolica, molto presente in quelle terre a cavallo tra i territori dei conquistadores spagnoli e i voraci anglosassoni.

Padre Arango faceva il suo lavorino umile di prete, diceva messa, amministrava i sacramenti, funerali, matrimoni e battesimi…appunto battesimi.

La chiesa cattolica per certi versi è un po’ pedantina. Ci tiene alle formule di rito, per esempio non puoi dire spiritoso santo al posto di spirito e non puoi recitare il Pater Noster all’incontrario, le gerarchie ecclesiastiche ci tengono alla liturgia e come come Nanni Moretti, regista culto della sinistra, ritengono che le parole siano importanti.

Fatto sta che il povero padre Arango, non pensando sicuramente di fare un errore tragico, per anni ha battezzato i bambini con la formula “noi ti battezziamo”. Probabilmente Andres riteneva che una formula del genere fosse più inclusiva, facesse più comunità, invitasse a sentirsi tutti una grande famiglia.

Col piffero.

Vallo a dire al vescovo di Phoenix, suo superiore, certo Thomas Olmsted. Perché la formula che il Vaticano chiede in questi casi è “io ti battezzo”, e in quell’io, il prete si fa tramite della volontà di Gesù Cristo, è dunque Gesù che battezza e che evidentemente non ama il pluralis majestatis. Niente “noi”, dunque, ma “io”.

Vabbè, poco male penserete voi pecorelle smarrita. Ma come pecore siete ignoranti delle cose del signore e delle misteriose vie di Dio. Che non ama i giochetti dii parole. La formula deve essere dunque “io ti battezzo” senza se e senza ma. E i battesimi? I bambini di Phoenix che sono entrati nelle accoglienti e amorevoli braccia di Santa madre Chiesa? Tutto da rifare, non è valido. Neonati ormai vent’anni che hanno creduto fino ad oggi di essere cattolici, erano in realtà animalucci pagani senza arte né parte, destinati nella migliore delle ipotesi al limbo o al purgatorio. E non parliamo di paradiso che senza battesimo i cancelli si San Pietro restano rigorosamente serrati.

Alcuni fedeli, un po’ piccati, hanno fato notare che in fondo è una questione formale. Apriti cielo! Eh no!, le formule sono un aspetto fondamentale e imprescindibile del sacramento! D’altronde per l’eucarestia non è la stessa cosa se si distribuisce un’ostia o un m&m’s. Dunque le parole non sono crociate, anche se nell’ambito ecclesiale, ma cruciali.

E i poveri parrocchiani si ritrovano ovviamente, a vedere invalidati anche i sacramenti seguenti, come comunione e cresima, che senza battesimo sono carta straccia, che Dio non è mica lì am pettinare le bambole e ci tiene che le regole e la burocrazia siano rispettati, insomma, è una religione seria, mica una settucola di squinternati che si bagnano nel giordano strillando nei preti.

A noi dispiace per il povero parroco, che deve sentirsi parecchio mortificato. Comunque la parrocchia si è data subito da fare. E ha istituito un calendario per il recupero dei battesimi. Un po’ come se bocci gli esami e devi rifare solo quelli che hai bocciato. 

Mi chiedo però, da ateo, cosa penserebbe Gesù di questa storia, se quando era sulla croce ad agonizzare tra corone di spine, flagelli e chiodi, pensava a quanto fosse importante la formula verbale del battesimo. Non esprimo giudizi, io che sono un misero e impunito peccatore, penso però che un occhio di sicuro lo avrebbe chiuso, sia sui sacramenti che sul povero padre Arango.

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