La sottile linea rossa della democrazia

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La democrazia è un esercizio di equilibrismo. Affinché funzione è necessario considerare molti interessi, spesso divergenti, che possono essere economici, politici e sociali. Tale equilibrio è garantito dal voto, che non permette a chi gestisce il potere di “deragliare” troppo da quello che possiamo definire “interesse comune”.

Quando si valica questo confine le conseguenze sono spesso disastrose, come dimostra la storia con personaggi che hanno portato a forme diverse di dittature. 

Uno di questi limiti è stato recentemente superato dal partito repubblicano Usa, quando ha definito l’assalto a Capitol Hill un comprensibile atto di contestazione e non un inaudito assalto alla democrazia. Addirittura, i vertici del partito hanno escluso i due senatori che partecipano alla commissione di inchiesta.

Se una notizia simile ci fosse arrivata dalle Filippine, dalla Bielorussia e da una qualche Stato dove la democrazia è solo una vaga idea, non ci avremmo prestato molta attenzione, ma arriva da quella che si auto-definisce la più grande democrazia del mondo. Nella realtà non è che gli Usa siano poi tanto democratici. Da sempre sono dominati da due partiti che si contendono il potere a suon di vagonate di dollari, dove milioni di persone non possono votare o ne sono impedite grazie a leggi assurde. Tuttavia, che lo si voglia o no, gli Usa rappresentano un punto di riferimento per molti paesi.

Già il fatto che una grande nazione possa permettere a un personaggio come Trump di arrivare al potere, è sinonimo di un malessere atavico e radicato. Ma che dopo essersene liberato, il partito che l’ha sostenuto continui a difenderlo, genera qualche legittima preoccupazione. 

Ricordiamo che a questo partito sono appartenuti presidenti quali Abraham Lincoln, Theodore Roosevelt, Herbert Hoover, Dwight Eisenhower, Richard Nixon, … e per finire Donald Trump, che avrebbe sicuramente ispirato Charlie Chaplin per una nuova versione de “Il grande dittatore”. 

Siccome è altamente probabile che alle elezioni di “midterm” del prossimo novembre, i repubblicani possano conquistare la maggioranza alle due camere, qualche legittimo brivido è di rigore. Immaginate le conseguenze se l’uomo dal ciuffo arancione dovesse ritornare al potere? Già questo sarebbe una prima assoluta perché nel passato nessun presidente si è mai ripresentato dopo aver terminato il suo mandato. Ma se Trump dovesse farlo sicuramente ritornerebbe più arrogante e vendicativo. Anzi è altamente probabile che il suo principale obiettivo sarebbe proprio quello di creare grande scompiglio sia nelle relazioni internazionali, sia all’interno del suo paese creando un ulteriore spaccatura che potrebbe avere serissime conseguenze. 

Trump, che pur di non abbandonare il potere ha osato sbandierare la fake news delle elezioni truccate (lui che è stato eletto solo grazie all’assurda ripartizione dei collegi elettorali e non con il voto popolare) e ha chiamato il “suo popolo” alla reazione, cosa oserebbe fare se la metà degli americani non accettassero le sue politiche? Una guerra civile sarebbe un’ipotesi così remota?

Che le preoccupazioni siano legittime lo si può verificare da subito. Se inserite nell’onnisciente google “Capitol Hill e partito repubblicano” non trovate facilmente informazione sulla recente presa di posizione dei vertici del partito e sull’espulsione dei due sanatori. Cosa significa? Per trovare qualcosa è necessario andare direttamente sul sito dei grandi quotidiani come The Guardian, Nyt, Le Monde. E in generale non è che la stampa internazionale abbia approfondito più di tanto. 

Sono io catastrofista o abbiamo superato la linea rossa della democrazia senza che nessuno vi abbia prestato attenzione?

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